Il libro

Luigi Pulvirenti: «La vita è musica»

Nel suo ultimo libro "Hit Parade", il giornalista e scrittore catanese ha scelto 30 canzoni per raccontare la propria vita

... e la musica aiuta anche a vivere meglio. Ne è convinto il giornalista, scrittore e pubblicitario catanese che in "Hit parade" (Algra Editore) ha raccolto 30 canzoni del panorama pop rock internazionale associate a 30 momenti specifici della sua vita: «Ognuno attraverso la sua selezione di canzoni può scrivere il proprio diario biografico. Quelle che ho scelto non sono le più belle ma hanno significato qualcosa per me»

Luigi Pulvirenti

Luigi Pulvirenti

«Quest’estate mi trovavo a mare con degli amici e la radio passò “Io ti cercherò” di Jovanotti. Ci siamo confrontati sui ricordi di ciascuno legati alla canzone. Le canzoni possono essere legate a episodi specifici o accompagnarti per una vita. Tornando a casa pensai che in effetti ognuno attraverso la sua selezione di canzoni può scrivere il proprio diario biografico. Quella sera scrissi di getto le prime due pagine che fanno da preambolo a libro. Da lì ho voluto raccontare cosa ha rappresentato la musica per me attraverso una selezione di canzoni che non sono né più belle ma che hanno significato qualcosa per me».
Stimoli di riflessione. Nasce così “Hit Parade” il nuovo libro di Luigi Pulvirenti, giornalista, scrittore, comunicatore pubblicitario, uno comunque abituato a non tenersi le cose dentro. Non aspettiamoci, però, da “Hit Parade” (Algra Editore) le pillole di vita condensate nelle “top five” che hanno immortalato Rob, il venditore di dischi protagonista di “Alta fedeltà” di Nick Hornby. La lista di Pulvirenti conta 30 canzoni, forse siamo più nel mood di Billboard con le sue gettonatissime classiche della vita, ma il primo paradosso è che Pulvirenti… non stila una classifica. E il secondo che il brano di Jovanotti che ha dato il “la”, alla fine nel libro non c’è. «Per me la musica non può essere soggetta a classifiche. Non ho scelto il criterio della riconoscibilità delle canzoni, alcune forse sono sconosciute ai più. Ho scelto “Non volevo” di Rosario Di Bella perché significava qualcosa per me, era la poesia nel Sanremo 1993 per un artista “fuori posto” per il festival; o “Io faccio o’ show” di Renzo Arbore, eseguita una sola volta in tv nell’ultima puntata di “Indietro tutta”».

Luigi Pulvirenti

Luigi Pulvirenti e il suo libro "Hit Parade"

Dove c’è, però, in quest’ultimo brano la summa di quello che vuol dire musica per Pulvirenti: “Non me guardà storto perché momentaneamente non sto vicino a te, sto con gli amici e con gli amici io faccio ’o show”. Per Pulvirenti, showman mancato, in queste parole c’è tutto per chi ama la musica: una canzone americana, un giro di blues all’italiana, una canzoncella napoletana, e lo show. «Sicuramente avrei amato fare il cantante di pianobar. Ho studiato bene il piano con il castellese Maurizio Giliberto, con i miei primi guadagni mi sono comprato un pianoforte a coda Steinway. Oggi ringrazio mia madre Anna Maria che mi ha instradato allo studio del piano ma confesso che all’inizio non mi piaceva. Suonare uno strumento, qualsiasi esso sia, vuol dire avere la padronanza di sé. La musica è libertà di suonare quello che ti pare. Oggi posso dire che posso suonare qualsiasi cosa mi piaccia».

 

Piano Man Billy Joel

E poteva mancare “Piano man”, vecchio successo di Billy Joel del 1973 nella compilation scritta di Pulvirenti, piano man in pectore. Certamente no, anche perché in un bar di Brooklyn nel 2009 gli capitò di sentirla cantare dal “piano man” del locale. «Sì, io non cercherei il successo ma un’atmosfera newyorkese come quella che ho vissuto, con un pubblico magari un po’ distratto che poi per una canzone specifica si accende con te. Una volta pensionato, chissà, potrei fare il piano man stagionale».

Non c’è dubbio che se Marzullo chiedesse a Pulvirenti “se la vita è musica o la musica aiuta a vivere meglio” risponderebbe “buone tutte e due”. C’è un mondo fatto di memorie che equivalgono ad emozioni dentro il racconto di Luigi Pulvirenti in “Hit Parade”, e questo amarcord fatto da un quarantenne che esalta gli anni spensierati e felici dell’adolescenza nella dimensione paesana di Aci Castello, dove la conoscenza, l’acquisto e l’ascolto della musica erano pilastri fondanti, non possono non farci pensare a come gli adolescenti di oggi spesso vivono la musica in modo meno viscerale e molto più mediato dall’utilizzo della tecnologia digitale. «L’evoluzione tecnologica spesso è stata accompagnata da un decadimento estetico e artistico. Oggi la musica è molto più fruibile, ti cade addosso, per noi era una scelta. Noi avevamo un rapporto carnale col disco».

La musica, ovviamente, cambia come la stessa vita si evolve ma chiunque, qualunque il percorso musicale affrontato, resta ancorato ai propri punti di riferimento che sono pietre miliari della propria esistenza. Pulvirenti: «Cose nuove belle non ne vedo molte ma non perché la musica sia finita con la morte di Jeff Buckley. Ci sono dei cicli. Gli Anni 60 e 70 sono stati irripetibili, gli Anni 80 sono stati più leggeri, con gli Anni 90 e il grunge passò l’idea che tutti potevano suonare, cosa non vera, ma alcune perle sono rimaste, vedi i Pearl Jam. Io amo lo swing e ascolto da Nat King Cole a Sinatra ma per me lo swing è la rilettura Anni 80 fatta in Inghilterra da Joe Jackson e in Italia da Sergio Caputo, mediati da alcuni album fondamentali per me come “Extensions” dei Manhattan Transfer e “The Nightfly” di Donald Fagen».

Extensions Manhattan Transfer

I 30 brani citati nel libro: Change The World (Eric Clapton, Phenomenon, 1996); Fall On Me (R.E.M. Album Document, 1987); Buonumore (Denovo, Venuti Dalle Madonie A Cercar Carbone, 1989); La Donna cannone (Francesco De Gregori, La Donna cannone, 1983); Smoke Gets In Your Eyes (Harbarch-Kern, Platters, 1959); Non dimenticar le mie parole (Alberto Rabagliati, 1935); Piano Man (Billy Joel, Piano Man, 1973); Spicchio di luna (Sergio Caputo, Sabato italiano, 1983); I Still Haven’t Found What I’m Looking For (U2, The Joshua Tree, 1987); Us And Them (Pink Floyd, The Dark Side Of The Moon, 1971); Camera a sud (Vinicio Capossela, Camera a sud, 1992); Just Breathe (Pearl Jam, Backspacer, 2009); 1979 (Smashing Pumpinks, Mellon Collie And The Infinite Sadness, 1995); The Last Goodbye (Jeff Buckley, Grace, 1994); Here Comes The Hotsteppers (Ini Kamoze, Here Comes The Hotstepper, 1994); Lately (Stevie Wonder, Hotter Than Julie, 1980); Non volevo (Rosario Di Bella, in gara al festival di Sanremo, 1993); Purple Rain (Prince And The Revolution, Purple Rain, 1984); Quando (Pino Daniele, Sotto ’o sole, 1991); Gli impermeabili (Paolo Conte, Paolo Conte, 1984); Come dentro un film (Luca Barbarossa, Come dentro un film, 1987); È non è (Niccolò Fabi, La cura del tempo, 2003); Summer (Joe Hisaishi, L’estate di Kikujiro, 1999); Echi d’infinito (Venuti-Kaballà, Antonella Ruggiero, Big Band, 2005); La fila degli oleandri (Gianni Bella, La fila degli oleandri, 1991); Silvia lo sai (Luca Carboni, Luca Carboni, 1987); Venderò (Edoardo Bennato, La torre di Babele, 1976); La verità (Brunori Sas, A casa tutto bene, 2017); Grande Joe (Banco Del Mutuo Soccorso, festival di sanremo, 1985); Io faccio ’o show (Renzo Arbore, Discao Meravigliao, 1988).

C’è poca Sicilia nella “Hit Parade” dei ricordi di Luigi Pulvirenti. Rosario Di Bella a parte, gli altri siciliani sono i catanesi Gianni Bella con “La fila degli oleandri”, Mario Venuti e Kaballà con “Echi di infinito” e i Denovo con la loro “Buon umore”. «Nei gruppi che ringrazio alla fine ci sono anche i Flor de Mal, la loro “Julie” era grandiosa, il lavoro che fece Francesco Virlinzi fu fondamentale, ma non ho episodi personali che mi riportano a loro». Caso anomalo, in una Catania che ha vissuto a lungo sugli allori di un periodo fervido, in Pulvirenti non c’è nessuna voglia nostalgica, della serie una volta eravamo “più belli e più fighi”.

 

Buon Umore Denovo«Io non ho mai amato lo slogan “Seattle italiana” riferita a Catania e lo scrivo nel libro. Nella città americana ci fu un filone assimilabile, dai Nirvana ai Pearl Jam, dai Soundgarden agli Alice in Chains, a Catania ognuno in fondo ha fatto la sua musica. E non possiamo restare legati al passato per mascherare l’immobilismo di oggi».
La filosofia di vita di Luigi Pulvirenti è un po’ condensata nell’ordine delle 30 canzoni ispiratrici di altrettanti memorie: si parte con la voglia di cambiare tutto di “Change the world” di Eric Clapton, ascoltata da un busker nella Grande Mela, e vede fra le ultime pagine “La verità” di Brunori, canzone sulla paura che fanno sia l’assenza sia il cambiamento. «E’ la vita, fatta di slancio ma anche terribilmente chiusa. Amo una frase di Tolkien che fa dire a Gandalf: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, e lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».

«Io non ho mai amato lo slogan “Seattle italiana” riferita a Catania e lo scrivo nel libro. Nella città americana ci fu un filone assimilabile, dai Nirvana ai Pearl Jam, dai Soundgarden agli Alice in Chains, a Catania ognuno in fondo ha fatto la sua musica. E non possiamo restare legati al passato per mascherare l’immobilismo di oggi».
La filosofia di vita di Luigi Pulvirenti è un po’ condensata nell’ordine delle 30 canzoni ispiratrici di altrettanti memorie: si parte con la voglia di cambiare tutto di “Change the world” di Eric Clapton, ascoltata da un busker nella Grande Mela, e vede fra le ultime pagine “La verità” di Brunori, canzone sulla paura che fanno sia l’assenza sia il cambiamento. «E’ la vita, fatta di slancio ma anche terribilmente chiusa. Amo una frase di Tolkien che fa dire a Gandalf: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, e lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».

Non possiamo, però, salutarci senza sapere alla fine la top five musicale di Pulvirenti: «Al primo posto “1979” degli Smashing Pumpkins, che racconta quel senso di solitudine dentro un gruppo del protagonista e dove io un po’ mi ritrovo, estremamente social ma anche solitario; al secondo “Blackbird” dei Beatles un po’ per gli stessi motivi, ma con uno spirito di libertà più marcato; al terzo “Spirito di luna” di Sergio Caputo, per quel senso raffinato delle relazioni; al quarto “Buon umore” dei Denovo, forse la canzone pop perfetta; e quinta “Ciao ciao” di Francesco De Gregori, in modo delicato racconta l’ineluttabilità degli accadimenti».


Ok, una curiosità ancora. Consigli per gli acquisti: «“Ogilala” di Billy Corgan, senza gli Smashing Pumpkins, e “Prisoner 709” di Caparezza». L’ultimissima davvero: quanto tempo si potrà resistere senza dormire al Sanremo baglioniano? «Io amo Sanremo. E i social che lo dovevano distruggere lo hanno tenuto in vita: guardi il festival ma scrivi e leggi i commenti più idioti che ci possano essere».

1979 Smashing Pumpkins

Chi scrive il 24 novembre, alle 20, al Teatro Machiavelli di Catania, avrà il piacere di conversare con Pulvirenti, lo sceneggiatore televisivo Davide Chiara e il giornalista Luigi D’Angelo durante la presentazione di Hit Parade.

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