Hit parade, la musica è vita

Macché riflusso, il "Sabato italiano" di Caputo era voglia di riprendersi la vita

Gli anni 80 arrivarono su un'Italia devastata - nel decennio precedente - dalla guerra civile strisciante con un grigiore che aveva offuscato persino la musica. Lo hanno chiamato il trionfo dell’effimero, ma era solo volontà di tornare a respirare. Cose semplici, come la buona musica che arrivava dall’estero, tra un rock accennato ed un riflesso cantautorale quasi obbligato, ma dagli ascolti ancorati nello swing

Aver fatto epoca e poi essere finito nel dimenticatoio. Aver segnato un prima e un dopo, nella musica italiana, come solo pochi altri sono riusciti a fare, eppure marchiato al fuoco dal destino di essere ricordato solo da chi ha dai quaranta in sù. Se si guarda alla parabola artistica di Sergio Caputo, non si può fare a meno di sottolineare la contraddizione vissuta da un artista che, tra i pochi, ha lasciato la sua firma nella storia recente della musica italiana, per avere inventato un genere, una poetica, un modo di scrivere i testi del tutto originale e destinato a non essere replicato

Sabato italiano di Sergio Caputo

Il "Sabato italiano" di Sergio Caputo

Aver fatto epoca e poi essere finito nel dimenticatoio. Aver segnato un prima e un dopo, nella musica italiana, come solo pochi altri sono riusciti a fare, eppure marchiato al fuoco dal destino di essere ricordato solo da chi ha dai quaranta in sù. Se si guarda alla parabola artistica di Sergio Caputo, non si può fare a meno di sottolineare la contraddizione vissuta da un artista che, tra i pochi, ha lasciato la sua firma nella storia recente della musica italiana, per avere inventato un genere, una poetica, un modo di scrivere i testi del tutto originale e destinato a non essere replicato.

Unico e inimitabile, al punto da non aver lasciato epigoni, per scontare, in un paradossale rovesciamento di prospettiva, la sua contemporaneità in un isolamento che, poi, anni dopo è diventato oblivio. Dal quale merita di essere tirato fuori, a beneficio tanto della generazione dei millennials - per la quale la capacità di fruire della musica si è moltiplicata in maniera esponenziale, con la democratizzazione in senso orizzontale delle fonti di accesso; fatto che ha determinato una certa prevalenza del supporto attraverso la quale si ascolta sull’oggetto stesso dell’ascolto, ovvero la proposta musicale vera e propria - che di quella degli smemorati che hanno vissuto gli anni Ottanta. Quelli dell’edonismo reaganiano, della televisione commerciale, della musica che sbarcava nei video e della forza dirompente del linguaggio pubblicitario, capace di imporre nuovi oggetti di consumo, definendo i canoni di un rinnovato stile di vita italiano.

La ragione è semplice: i quattro elementi citati, apparentemente di passaggio, concorrono tutti a definire quella idea di musica che, nel 1983, squarciò la tela del già sentito non appena la Ricordi diede alla stampe Sabato Italiano, primo vero 33 giri del cantautore romano. Sergio Caputo, infatti, in quegli anni attraversava Roma insieme alla sua compagnia di giro - della quale facevano parte il Rino citato nell’omonima canzone, anche lui pubblicitario e oggi affermato fotografo di moda, e un catanese dall’aria intellettuale, ineffabile e inafferrabile, Dante Maiorana, che sarà il regista dei video messi in onda per la prima volta da Mister Fantasy di Carlo Massarini - a bordo di una vecchia berlina americana chiamata zia Wally; passando da un ritrovo all’altro della mondanità decadente e vitale che la notte si riuniva in locali alla moda come il celebrato Le Cornacchie, tirando l’alba tra atmosfere alcoliche piene di donne, whisky, vizi, virtù, amori effimeri e innamoramenti solo immaginati. Per poi ritrovarsi, durante la giornata, a pensare raffinate campagne pubblicitarie dentro gli uffici italiani di una delle Sorelle di Madison Avenue, ovvero quella McCann - Eriksson, agenzia pubblicitaria di fama internazionale, per la quale lavorava come art director (per i non avvezzi ai linguaggi della pubblicità, si tratta del professionista che cura la realizzazione della parte visiva del messaggio pubblicitario).

Una doppia vita che si mescolava ed elideva in continuazione, portando nella giornata il bagaglio delle esperienze vissute nella notte e vivendo la notte come una continuazione della creatività di cui era intrisa la giornata. Un epilogo inaspettato, per un giovane che negli anni Settanta aveva sfiorato l’impegno politico dalla parte considerata sbagliata, dentro quella federazione giovanile universitaria romana del Movimento Sociale, mettendo il suo talento da disegnatore al servizio della rivista della Nuova Destra di Marco Tarchi, quella Voce della Fogna che, giocando con il registro dell’ironia, cercò di inoculare nel corpo bloccato della destra nuovi linguaggi, nuovi modelli, a volte a rischio di sfociare nell’eresia. Poi, come una benedizione, arrivarono gli anni Ottanta su un Paese devastato - nel decennio precedente - dalla guerra civile strisciante con un grigiore che aveva offuscato persino la musica. Lo hanno chiamato Riflusso, il trionfo dell’effimero, ma era solo volontà di tornare a respirare. Cose semplici, come la buona musica che arrivava dall’estero, dentro una manciata di album che per chi, come Sergio - musicista e cantante provetto con alle spalle alcune prove senza una identità precisa, caracollanti tra un rock appena accennato ed un riflesso cantautorale quasi obbligato, ma dagli ascolti saldamenti ancorati dentro il mondo dello swing, con tutto quello che si muoveva partendo dalla fondamentale produzione di Cole Porter - segnarono un punto di svolta: Extensions, dei Manhattan Transfer, con l’uso sistematico dei fiati sintetizzati; The Nighfly di Donald Fagen, il tentativo ben riuscito di trovare una via pop alle dinamiche e alle atmosfere dello swing; Jumpin’ Jive dell’inglese Joe Jackson, primo tentativo di importare lo swing dentro il decennio.

Per Sergio, che nel frattempo aveva affinato un linguaggio pregno di parole, vocaboli, modi di dire, figure, metafore, ambientazioni, direttamente provenienti dal jet set frequentato come pubblicitario in carriera (di giorno) e animatore della mondanità romana (di notte) furono una illuminazione: diedero forma, tempo, dinamica e arrangiamenti ad una idea di musica che prendeva forma dentro canzoni nate dalle esperienze fuori dall’ordinario di un trentenne di successo che, dall’ordinarietà, rifuggiva come la peste. Tutto il resto è Sabato Italiano, album che arrivò come un lampo a dominare le classifiche, con le sue storie fuori dal comune di amori solo immaginati, comitive giapponesi sperdute nel centro di Roma, fumose atmosfere da night, divagazioni notturne con improbabili e bene assortite compagnie, e il profilo monumentale della capitale, de suoi vizi inconfessabili e della sua vitalità nuovamente manifesta, a dominare sul tutto.

Nella sua biografia, Sergio Caputo ha raccontato la genesi della canzone che dà il nome al disco: appena sveglio dopo una notte di bagordi, attaccò la segreteria telefonica ritrovandovi la registrazione in presa diretta della canzone, dalla prima all’ultima strofa, compreso l’intro di sax canticchiata. Non ricordava nulla, della sera precedente, né tantomeno di aver composto non una canzone, ma La canzone destinata a rimanere nell’immaginario collettivo di almeno due generazioni d’italiani. Pensate a cosa sarebbe successo, se quella segreteria non fosse stata messa in funzione: nessuno oggi, godrebbe del piacere di canticchiare quel memorabile “E sembra un sabato qualunque, un sabato italiano, il peggio sembra essere passato…”. Con un appello conclusivo ai ventenni: se non l’avete ancora fatto, cercatela su Spotify: non avete idea di cosa vi siete persi.

luigipulvirenti77@gmail.com

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