Teatro

"I cento pazzi", a Ragusa Guardiano ironizza sulla mafia

Venerdì 9 e sabato 10 febbraio (quest'ultima data già sold out) al Teatro Donnafugata di Ibla l'attore ibleo Giovanni Gauardiano usa lo strumento dell'ironia per raccontare il maxi processo Anni 80 a Cosa Nostra

Con "I centi pazzi" Guardiano vuole rendere tutti più liberi dopo il racconto di fatti e misfatti legati ai clan malavitosi, ma la chiara volontà di utilizzare lo strumento della comicità per raggiungere facilmente il pubblico per poi spingerlo, dopo la risata, verso la più seria delle riflessioni

Giovanni Guardiano

L'attore ragusano Giovanni Guardiano

E’ possibile raccontare con ironia, e a volte addirittura comicità, alcune delle più drammatiche storie di mafia che hanno funestato la Sicilia, danneggiandone l’immagine anche a livello internazionale? A teatro, dove la realtà diventa finzione per tornare ad essere restituita come nuova realtà, è una scommessa che non solo viene intrapresa con coraggio e determinazione ma anche viene vinta. A cimentarsi in questa impresa è l’attore Giovanni Guardiano che è autore, ma anche protagonista e regista, della particolarissima pièce teatrale “I cento pazzi” in scena al Teatro Donnafugata di Ragusa venerdì 9 febbraio alle 20,30 e sabato 10 febbraio alle 20,30. Ma quest’ultima tappa è già in sold out. Come di consueto, le serate saranno accompagnate dall’aperitivo curato dalla Pasticceria Di Pasquale per la Cultura. La stagione teatrale è diretta da Vicky e Costanza Di Quattro, con la collaborazione di Clorinda Arezzo.

Uno spettacolo che racconta il maxi processo alla mafia, quello “famoso degli anni ‘80” e lo fa con lo strumento dell’ironia. Perché questa scelta? Se Victor Hugo diceva che la libertà comincia dall’ironia, la scelta di Guardiano non è solo quella di rendere tutti più liberi dopo il racconto di fatti e misfatti legati ai clan malavitosi, ma la chiara volontà di utilizzare lo strumento della comicità per raggiungere facilmente il pubblico per poi spingerlo, dopo la risata, verso la più seria delle riflessioni. E così il maxi-processo lo si rilegge per quel che è, cioè grottesco; un processo dove i “padrini” si arrampicano sugli specchi e gesticolano come fossero pupi di teatro. In quelle aule si camuffano utilizzando maschere con le quali sperano di nascondere la loro vera natura. Vulcani travestiti da colline. Ma non ce la fanno a restare negli ambiti dei loro falsi personaggi perché la loro vera essenza emerge sempre.

E così Giovanni Guardiano, noto attore nazionale cinematografico e teatrale, tra l’altro ragusano, ci ricorda che bisogna sempre parlare di mafia anche attraverso l’ironia con l’obiettivo di dissacrare ciò che viene, immotivatamente, ritenuto sacro. L’obiettivo è quello di far cadere le maschere agli improvvisati attori che vanno in scena nel maxi-processo. «Ho visto sul web le immagini del maxi-processo – spiega Guardiano – e ho visto quei padrini mafiosi che gesticolavano e si professavano innocenti. Citavano un destino e una ventura ingrata, questi capomafia, con lo sforzo enorme di sembrare diversi, bonari. Ma non ci riescono. Accesi rivoli incandescenti di minacce e cattiverie sbuffano in perenne conflitto tra il celare e l'essere».

Giovanni Guardiano diventa così un moderno cantastorie pronto ad usare un vero luogo sacro come il teatro per dissacrare e far cadere le maschere. 

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