Teatro

Davide Enia porta in scena gli sbarchi a Lampedusa

Lunedì 23 luglio al Monastero dei Benedttini di Catania l'attore palermitano propone il suo monologo "Scene dalla frontiera"

Lo spettacolo, inserito nel calendario "Porte Aperte UniCt", è tratto dal romanzo “Appunti per un naufragio” a cura di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri

Davide Enia

Davide Enia

Lunedì 23 luglio alle 21, al Chiostro di ponente del Monastero dei Benedettini, andrà in scena il monologo di Davide Enia "Scene dalla frontiera", tratto dal romanzo “Appunti per un naufragio” (Sellerio, Premio Mondello 2018) e presentato in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma l’11 settembre 2017 nell’ambito del  progetto “Ritratto di una Nazione – L’Italia al lavoro”, a cura di Antonio Calbi e Fabrizio Arcuri.

Lo spettacolo - organizzato da Artelè in collaborazione con Teatro della Città e Città Teatro - è inserito nel ciclo "Nuovo teatro" che propone quattro testi rappresentativi della nuova drammaturgia siciliana e, inoltre, nel calendario di eventi "Porte aperte Unict 2018 - Dialoghi migranti" che fino al 1° agosto ospita concerti, proiezioni, spettacoli teatrali e incontri negli edifici storici dell'Università di Catania.
Lo spettacolo è l’evocazione appassionante del duro lavoro delle squadre di soccorso a mare di Lampedusa, di una tragedia raccontata dallo scrittore, attore e regista palermitano, con le musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri. «Lampedusa, da lepas, lo scoglio eroso dalla furia degli elementi, che resiste nella vastità del mare aperto – riflette Enia -. Oppure Lampedusa da lampas, la fiaccola che risplende nel buio, che sconfigge l’oscurità».

 Enia e Barocchieri hanno lavorato su più registri, includendo nella loro ricerca gli antichi canti dei pescatori, intonati lungo le rotte tra Sicilia e Africa, e il cunto palermitano, spostando l’elemento epico dallo scontro tra i paladini a un nuovo campo di battaglia: il mare aperto, dove il salvataggio è una questione di secondi, le manovre sono al limite dell’azzardo, la velocità di scelta determina tutto e risalta ancora di più come condizione necessaria il sottoporsi quotidianamente a un allenamento costante sulla terraferma, per riuscire a recuperare più corpi vivi in mare, per sopravvivere in prima persona alla forza delle onde. Dalla registrazione delle voci dei pescatori, del personale della Guardia Costiera, degli operatori medici, dei lampedusani, dei volontari e delle persone sbarcate sull’isola emergono i frammenti di storie dolorosissime eppure cariche di speranza.

Infine, hanno lavorato sull’interpretazione, quando le parole dei testimoni si fanno carne e consentono l’epifania del personaggio. L’abisso è una riflessione, figlia del lavoro sul campo, su quanto sta accadendo, per riportare con urgenza, nello spazio condiviso del teatro, il tempo presente e la sua crisi. Al centro c’è un pugno di uomini e donne sul confine di un’epoca e di un continente. Perché quanto sta accadendo a Lampedusa non è soltanto il punto di incontro tra geografie e culture differenti, ma è il ponte tra periodi storici diversi, il mondo come l’abbiamo conosciuto fino a oggi e quello che potrà essere domani.

«Il primo sbarco l’ho visto a Lampedusa assieme a mio padre – scrive l’autore, introducendo lo spettacolo -. Approdarono al molo in tantissimi, ragazzi e bambine, per lo più. Né io né mio padre riuscimmo a dire nulla. Era la Storia quella che ci stava accadendo davanti. La Storia che si studia nei libri e che riempie le pellicole dei film e dei documentari. Allora, ho iniziato ad ascoltare alcuni testimoni diretti: i pescatori e il personale della Guardia Costiera, i lampedusani e chi era appena sbarcato. Ma non bastava. Dovevo capire chi ero io, innanzitutto, per riuscire a trovare le parole giuste. E così, non senza sforzo, ho iniziato a parlare con mio padre, cercando di intessere un dialogo. E ho scoperto che mio papà ha sentimenti e timori tanto simili ai miei. E anche lui ha avuto un rapporto silenzioso con il proprio padre. Così, mi sono ritrovato a guardarlo come fosse uno specchio, ritrovando in lui il mio stesso linguaggio del corpo e parte delle mie parole, e ho usato questa esperienza come un filtro per raccontare questo presente di approdi e naufragi in mare».

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