Teatro

Emma Dante rilegge una fiaba di Giambattista Basile

Giovedì 26 luglio nel cortile del Monastero dei Benedettini per “Porte Aperet Unict” va in scena "La scortecata"

Lo spettacolo, liberamente tratto da una fiaba de "Lo cunto de li cunti", vede in scena Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola

Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola

Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola in scena

Dopo il grande successo ottenuto lo scorso anno al Festival di Spoleto e dopo una lunga e applauditissima tournée, arriva a Catania, giovedì 26 luglio alle 21 nel cortile del Monastero dei Benedettini per “Porte Aperet Unict” "La scortecata" di Emma Dante, liberamente tratto da una fiaba de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, con Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola. Prendendo spunto dalle fiabe popolari, Giambattista Basile crea un mondo affascinante e sofisticato partendo dal basso. Il dialetto napoletano dei suoi personaggi, nutrito di espressioni gergali, proverbi e invettive popolari, produce modi e forme espressamente teatrali tra lazzi della commedia dell’arte e dialoghi shakespeariani.

La scortecata

Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola in La Scortecata

"La scortecata" è lo trattenimiento decemo de la iornata primma e narra la storia di un re che s’innamora della voce di una vecchia, la quale vive in una catapecchia insieme alla sorella più vecchia di lei. Il re, gabbato dal dito che la vecchia gli mostra dal buco della serratura, la invita a dormire con lui. Ma dopo l’amplesso, accorgendosi di essere stato ingannato, la butta giù dalla finestra. La vecchia non muore ma resta appesa a un albero. Da lì passa una fata che le fa un incantesimo e diventata una bellissima giovane, il re se la prende per moglie.
Le due vecchie, sole e brutte, si sopportano a fatica ma non possono vivere l’una senza l’altra. Per far passare il tempo nella loro misera vita inscenano la favola con umorismo e volgarità, e quando alla fine non arriva il fatidico: "e vissero felici e contenti..." la più giovane, novantenne, chiede alla sorella di scorticarla per far uscire dalla pelle vecchia la pelle nuova.

La morale: il maledetto vizio delle femmine di apparire belle le riduce a tali eccessi che, per indorare la cornice della fronte, guastano il quadro della faccia; per sbiancare le pellecchie della carne rovinano le ossa dei denti e per dare luce alle membra coprono d’ombre la vista. Ma, se merita biasimo una fanciulla che troppo vana si dà a queste civetterie, quanto è più degna di castigo una vecchia che, volendo competere con le figliole, si causa l’allocco della gente e la rovina di se stessa.
In una scena vuota, due uomini, a cui sono affidati i ruoli femminili come nella tradizione del teatro settecentesco, drammatizzano la fiaba incarnando le due vecchie e il re. Basteranno due seggiulelle per fare il vascio, una porta per fare entra ed esci dalla catapecchia e un castello in miniatura per evocare il sogno.

Lo spettacolo è inserito nel ciclo "Nuovo teatro" che propone quattro testi rappresentativi della nuova drammaturgia siciliana. Un percorso che va oltre la prosa pura e si inoltra nella ricerca, sperimentando contaminazione di generi e commistione di stili per conquistare siti alternativi e portare il palcoscenico tra la gente.

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