La recensione

Un Concerto della Memoria fuori dagli schemi

Il concerto che il Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania ha organizzato per la Giornata della memoria del 27 gennaio è andato oltre la commemorazione della Shoah, riunendo in modo ideale in un dolce concerto musicisti diversi, che hanno condiviso una stessa tristissima sorte, quella di essere vittime delle follia umana

L’orchestra, diretta con misurato pathos da Paolo Candido, ha eseguito una musica “difficile” per origine, diffusione e tradizione, drammatiche note che il musicologo pugliese, Francesco Lotoro, ha curato personalmente, riscoprendole ed eseguendole, nel tentativo appunto di conservarne la memoria e il carico di dolore di cui sono intrise. Eseguita anche in prima esecuzione moderna al Bellini "Himalayana", una suite sinfonica per orchestra del siciliano Giuseppe Capostagno

Concerto della memoria

La locandina del Concerto della memoria del Teatro Massimo Bellini di Catania

La musica fiorisce anche nelle condizioni più impossibili ed estreme. E racconta l’orrore, ma anche l’inesauribile speranza degli uomini. E’ stato questo lo spirito sotteso al bel concerto della Memoria con cui il Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania ha voluto commemorare, proprio il 27 gennaio, anniversario della Liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, la Memoria dei campi di concentramento, non solo nazisti, con l’esecuzione di una musica detta appunto concentrazionaria, cioè creata in condizioni di prigionia e di estrema degradazione dell’uomo, privato dei suoi diritti fondamentali.

Francesco LotoroFrancesco Lotoro

Una musica “difficile” per origine, diffusione e tradizione, drammatiche note che un musicologo pugliese, Francesco Lotoro, ha curato personalmente, riscoprendole ed eseguendole, nel tentativo appunto di conservarne la memoria e il carico di dolore di cui sono intrise. La sua ricerca, grazie a cui rappresenta un’autorità mondiale sul tema, va dal 1933 (data di apertura del primo campo a Dachau) al 1953 (con l’amnistia per gli ultimi prigionieri tedeschi nei Gulag) e raccoglie materiali di ebrei, cristiani, zingari, sufi, comunisti, prigionieri civili e militari detenuti in tutti gli angoli del mondo durante la Seconda guerra mondiale, dall’Europa al Giappone, dalle Filippine al Suriname.

Proprio Lotoro ha introdotto, con un breve sentito discorso, il concerto, narrando delle vite dilaniate di questi compositori; poi la parola è passata alla musica.

Musica che ha commosso e stupito un pubblico non foltissimo (segno che le novità spaventano un poco i tradizionalisti?), ma attento e concentrato più che mai. L’orchestra, diretta con misurato pathos da Paolo Candido, ha eseguito prima la composizione più cupa e densa d’orrore, qual Diario di Guerra e prigionia di Berto Boccosi, un capitano di fanteria detenuto nei campi di prigionia francesi di Gabès in Tunisia e di Saida in Algeria. L'opera ha presentato ritmi ossessivi (in particolare del tamburo) e insoliti utilizzi dei diversi strumenti allo scopo di creare tensione e stridenti effetti timbrici e suggerire, alla maniera di Strawinskij, cui l’opera ha più volte strizzato l’occhio, disperazione e un terribile senso di morte.

Paolo Candido

Il direttore Paolo Candido

Nel secondo tempo l’atmosfera cupa ha lasciato il posto alla dolcezza del suono del violoncello col delicato concerto spirituale per violoncello e orchestra di Giuseppe Selmi, un grande violoncellista modenese. Un concerto dalla storia singolare, che poi ne svela tutta la recondita dolcezza.

Fu nell’ottobre 1943, in una baracca del campo di concentramento di Tàrnopol (tra Kiev e Varsavia) che una mattina sulle 5, dopo aver dormicchiato alla meglio, quasi in una specie di delirio febbrile (causato anche dal vivere di quel momento e in quell’ambiente sempre così ossessivo e allucinante) l’autore si svegliò con la netta sensazione di avere come suonato e udito, fino a pochi istanti prima, un curioso ed aureo concerto in una specie di sonoro ed aureo sogno.

Nella mente era ancora ben viva la panoramica generale del Concerto che si svolgeva in un inesauribile cantare del violoncello, intercalato da belle Cadenze e con impasti sonori dolcissimi, diremmo celestiali.

Così primo pensiero dell’autore fu di poter fissare almeno qualcosa di tanta bellezza. Allora Selmi prese una piccola valigetta con dentro la “sua vita” (pezzetti di carta anche la più strana e mozziconi di matite con cui fissare note e notine di temi musicali, di abbozzi di studi e pezzi; il tutto come in un allucinante lavoro giornaliero per non far morire d’inedia anche la mente e lo spirito) e nel semibuio di quella baracca, a quell’ora ancora addormentata, più scrivendo a lettere che non a note musicali, l’autore fissò per appunti la costruzione sonora il più verosimilmente vicina a quella “udita” poco prima.

Un Concerto, dunque, davvero spirituale, interpretato con tocco soave dal violoncellista Francesco Montaruli. Infine la chiusura che è stata affidata a un compositore di casa nostra, il siciliano Giuseppe Capostagno, che, partecipando come sottotenente alla guerra d'Africa, fu imprigionato dagli inglesi e trasfrito in India nel Campo di Yol, dove scrisse appunto Himalayana, una suite sinfonica per orchestra, in prima esecuzione moderna al Bellini, anch’essa molto convincente per sonorità e impasti timbrici.

Giuseppe Capostagno

Giuseppe Capostagno

Un Concerto della Memoria fuori dagli schemi, dunque, che è andato oltre la commemorazione della Shoah, riunendo in modo ideale in un dolce concento musicisti diversi, che hanno condiviso una stessa tristissima sorte, quella di essere vittime delle follia umana sotto qualunque bandiera e ideologia.


silvalaporta@tiscali.it

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