Scenari

Attilio Bolzoni: «Credo che la mafia abbia brindato alla morte di Riina»

Il giornalista e scrittore nisseno ha pubblicato l’opera corale "La mafia dopo le stragi", in cui racconta attraverso una raccolta di articoli redatti da magistrati, giornalisti, scrittori, uomini dello Stato e parenti delle vittime, i cambiamenti del fenomeno mafioso

L’opera corale "La mafia dopo le stragi" (Melampo editore), curata dal giornalista e scrittore nisseno, tra le firme più conosciute che hanno scritto di Cosa nostra, è il primo volume della collana "Mafie" da lui curata: «L’idea nasce dalle domande di Letizia Battaglia, tra le più grandi fotografe d’Europa che con i suoi scatti ha fatto conoscere la mafia in tutto il mondo, “Dov’è oggi la mafia? Io non la so più fotografare”»

Attilio Bolzoni

Il giornalista e scrittore nisseno Attilio Bolzoni, foto di Gaetano Camilleri

Lui l’odore della mafia lo ha sentito sin da quando era un giovane cronista, lo ha riconosciuto, ne ha scritto per quasi quarant’anni. Era un giovane cronista e da un piccolo appartamento all’Acquasanta, borgata popolare di Palermo, mandava i suoi pezzi alla sede centrale di La Repubblica a Roma. Era un tempo in cui non c’era ancora internet, e i pezzi si dettavano al telefono. Oggi è una delle firme italiane più conosciute nel giornalismo che ha raccontato le storie di mafia. Il giornalista nisseno Attilio Bolzoni scrive sulle pagine di La Repubblica dal 1982, ed ancora prima sulle colonne del giornale L’Ora, pagine attarverso cui ha raccontato 40 anni di mafia e Sicilia. Adesso è in libreria con "La mafia dopo le stragi" (edizioni Melampo), il primo dei sei volumi della collana “Mafie” da lui curata che saranno in libreria entro la fine del 2018. Un libro particolare, una raccolta di articoli pubblicati sul blog “Mafie” di La Repubblica. Scritti che parlano della mafia delle stragi, di cosa è diventata e dove va cercata adesso. Le firme ospitate sono tra le più autorevoli sul tema. Bolzoni ha messo insieme magistrati, giornalisti, scrittori, uomini dello Stato, parenti delle vittime di mafia e attraverso le loro parole racconta il fenomeno mafioso nella sua parabola cangiante: una mafia camaleontica che è passata dall’odore del tritolo alle giacche di taglio sartoriale e all’alta finanza.

Attilio Bolzoni

Attilio Bolzoni

Da Peppe Ayala a Tina Montinaro, da Maurizio Costanzo a Enzo Russo e Roberto Saviano, e poi ancora i procuratori Sergio Lari e Roberto Scarpinato, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, Rosy Bindi, Claudio Fava, e la grande fotografa di cronache di mafia Letizia Battaglia. Proprio la fotografa palermitana è stata la musa ispiratrice del volume, come racconta lo stesso Bolzoni: «L’idea nasce dall’aver incontrato a Palermo qualche volta Letizia Battaglia, tra le più grandi fotografe d’Europa che con i suoi scatti ha fatto conoscere la mafia in tutto il mondo, prima fotografando i cadaveri e poi i boss dietro le sbarre. Più volte negli anni scorsi Letizia, con la sua Nikon al collo, mi ha chiesto: “Dov’è oggi la mafia? Io non la so più fotografare”. Da questa domanda ha preso il via il mio blog».

Letizia Battaglia

Letizia Battaglia fotografata dalla figlia Shobha

Ma c’è anche una seconda ragione che ha spinto Attilio Bolzoni a pubblicare il libro: il dibattito nato dai suoi articoli sul tema dell’antimafia sociale. «In questi anni c’è stata un’antimafia sociale molto pigra, molto chiusa in se stessa, ostile al dialogo ed incapace di riconoscere il proprio nemico - racconta -. Un’antimafia delle bandiere e degli slogan, una predicazione sterile della legalità. Quest’antimafia che così poco si è trasformata, mi ha convinto ad approfondire un dibattito e a far parlare gli esperti, perché l’antimafia sostanzialmente è democrazia: più se ne parla, più ci si confronta e più si capisce».
Un’antimafia che negli ulti anni è anche diventata materia di indagine di numerose procure italiane. Il passaggio è stato da “la mafia non esiste” a “la mafia fa schifo”, come si legge nel libro.

Attilio Bolzoni La mafia dopo le stragi
Indice di un’evoluzione si trova anche nella strategia della comunicazione, nel linguaggio mafioso. «I mafiosi non potendo più negare l’esistenza della loro “cosa” – dice Bolzoni - si sono appropriati degli slogan del loro nemico, hanno capito che l’antimafia poteva diventare un capitale, e così anche per loro ed è nata in Sicilia una figura assai curiosa, quella del mafioso antimafioso».

Nella seconda parte del libro ritornano gli interrogativi della Battaglia: “ma adesso dov’è la mafia? Dove la si trova?”.
«Quei 25 anni di terrore seminato dai corleonesi è stata un’anomalia assoluta nella storia della mafia, che nei 200 anni precedenti è stata sempre consociativa, filo governativa, relazionata al potere e a pezzi di Stato. Se consideriamo un’anomalia quei 25 anni nella storia centenaria, secolare, della mafia, possiamo dire che la mafia di oggi ha radici molto antiche, che ha ritrovato il suo dna smarrito con il delirio di onnipotenza di Totò Riina. E io credo che a novembre, quando è morto, abbiano brindato a Champagne». Si ricollega così alla prefazione, in cui Bolzoni scrive che la mafia dopo la morte di Riina è alla ricerca di un capo. Ma soprattutto di se stessa.

ivanabaiunco@gmail.com

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