Scenari musicali

Mario Bonanno: «Il cantautorato si è estinto»

Il critico catanese nel libro "Ho sognato di vivere. Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni" continua la sua analisi sulla trasformazione del cantautorato italiano: «Rispetto al passato agli attuali autori manca lo stato di necessità ispirativa e la letterarietà dei testi»

In "Ho sognato di vivere. Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni" Bonanno approfondisce l'analisi del cantautorato italiano oggi completamente trasformato: «Durante il lungo Sessantotto, fin quasi alla metà degli anni Ottanta, le canzoni dei cantautori sono state una “bomba”, per significanti e significati alti, movente ideologico, sostrato letterario». Bocciato l'uso della parola della scena rap - «Sterile, quanto nocivo tazebao finto-ribellista» -, Bonanno dei nuovi cantautori salva Vasco Brondi/Le luci della centrale elettrica: «Mi ricorda il primo De Gregori»

Mario Bonanno

Il critico musicale catanese Mario Bonanno

Fresco  di stampa, l’ultimo libro del critico musicale catanese Mario Bonanno, "Ho sognato di vivere. Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni", edito da Stampa alternativa, è una ricognizione nel mondo letterario del cantautore milanese, nello specifico sul tema del tempo: “…Certo gli anni ci passano come minuti, sempre più in fretta, sempre più rapidamente. Dobbiamo cogliere quei minuti anche noi più rapidamente di quanto non succedesse un secolo fa. Dobbiamo entrare nella mentalità del tempo, diventare più veloci del tempo, catturare, rapire l’attimo. Anche gli amori finiti, le donne, quelle vere, quelle rare che non ritornano… fanno parte del gioco anche loro, con la loro assenza”. Bonanno conosce bene la poetica di Vecchioni, la eviscera in profondità, con una competenza non comune, anche se si tratta del suo preferito. Ma la stessa acutezza di analisi aveva già dimostrato con Pierangelo Bertoli, Stefano Rosso, Giorgio Gaber e recentemente con Claudio Lolli. Un cantautorato italiano che sembra essersi trasformato, e che lo studioso siciliano conosce molto bene.

Ho sognato di vivere di Mario Bonanno

Bonanno, cosa continuano a dirci i cantautori degli anni Settanta?
«Ci dicono che la canzone può essere cosa seria. Soprattutto se figlia di necessità, scaturigine di istanze sociali; capace di rimandare agli statuti meta-musicali  della letteratura, della poesia, della storia, della storia del pensiero. Da giovane mi è successo di approfondire temi, libri, piuttosto che autori, sulla scorta dellesuggestioni che mi venivanodai testi dei cantautori. Per fare degli esempi facili: penso al De André dei vangeli apocrifi che ho letto dopo avere ascoltato “La buona novella”; o ai versi di “Spoon river” recuperati dopo l’ascolto di “Non al denaro né all’amore né al cielo”. Penso, ancora, al “feticcio” generazionale Jorge Luis Borges richiamato fuori e dentro le righe in diverse canzoni di Francesco Guccini e Roberto Vecchioni. O all’antipsichiatria di Ronald D. Laing che sta come movente di “Far finta di essere sani” di Giorgio Gaber. Potrei tirarla per le lunghe con gli esempi ma gliela dico in due parole: l’ascolto attento dei cantautori degli anni Settanta, può costituire una fonte molto ricca di rimandi culturali.

Vecchioni, Guccini, De Gregori, Lolli, sono sempre attuali o lontane reminiscenze legate a un determinato periodo politico?
«Ritengo che il “messaggio” dei cantautori, nei casi e nelle espressioni migliori possa essere equiparato senza dubbio a quello di certe scuole artistiche e/o di pensiero studiate in letteratura; e che dunque possa ancora costituire stimolo e fonte di approfondimento per studiosi, insegnanti e nuove generazioni di ascoltatori. E’ anche vero, d’altro canto, che la canzone d’autore italiana è stata colonna sonora ed espressione diretta di una società profondamente diversa da quella attuale. La società italiana degli anni Settanta era una società del tutto proiettata verso l’impegno – non soltanto politico ma anche culturale – come oggi fatichiamo purtroppo persino a immaginare».  

Con questi autori la parola aveva e continua ad avere il suo peso. Non è più così in Italia?
«Anche se non è mai saggio generalizzare – quella dei cantautori è stata una galassia molto variegata - ritengo che le differenze sostanziali con gli attuali autori di canzoni siano sostanzialmente due, e possano rintracciarsi rispetto al passato in altrettante carenze: la mancanza dello stato di necessità ispirativa, e la mancanza di letterarietà dei testi. Nel libro su Vecchioni citato all’inizio di questa conversazione, cerco proprio di dimostrare come il logos, la parola, sia il nodo portante del fenomeno cantautorale. Con tutto ciò che il dato richiama, in termini di ricadute e significati qualitativi aggiunti al testo-canzone. In Vecchioni, per esempio, i fili rossi del tempo, della morte, della mitologia. In Guccini e Lolli, aldilà della pigra vulgata che li etichetta come autori politici, la poesia e l’ontologia, e così via. Sulla base di queste prerogative dovrebbe risultare evidente come il cantautorato classico si sia ormai estinto.  Così come a un certo punto si è estinto il dolce stil novo, per dirne una. O il romanticismo, per dirne un’altra. Ci sarebbe finalmente da prendere atto di questa cosa e cominciare a storicizzare in modo più continuativo».

Adesso provocatoriamente le chiedo. Conosce artisti come come Dente, Brunori Sas, Colapesce, Dimartino, Mannarino,Le Luci della Centrale Elettrica?
«Mi piace abbastanza la scrittura di Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica. Trovo sia stata, sin qui,una scrittura felicemente evocativa; mi ricorda quella del “primo” Francesco De Gregori. Il resto dei nomi lo conosco  poco, ho anche smesso di scrivere di musica sui giornali: a richiamarmi da questo esilio volontario le sporadiche uscite dei cantautori di prima generazione, per quanto mi riguarda resistente viatico di musica e parole significative btra il forte rumore di niente che risuona dintorno. Qualche tempo fa ho letto su Repubblica un articolo pro-Ghali (un rapper tra i più seguiti, per tornare all’uso proprio e improprio della parola), di Marco Lodoli, con cui nella fattispecie non mi trovo d’accordo. Non credo infatti che versi come “nuba nubanuba, vedo jnoun/ è la mia bolla che diventa igloo/ è un occhio nero che diventa blu/ è il dito medio che rimane su” (per non citare di peggio, di Ghali e della leva rap spoliticizzata e iper-capitalisticizzata) possano mai indurmi a pensare “questo pezzo è un bomba”. Durante il lungo Sessantotto, fin quasi alla metà degli anni Ottanta, le canzoni dei cantautorisono state una “bomba”. Lo sono state per significanti e significati alti (per lo più), movente ideologico, sostrato letterario, che le abitavano fuori e sottotraccia. Il rap a-valoriale del nostro scontento (mio di sicuro), si riduce di contro a sterile, quanto nocivo tazebao finto-ribellista (in realtà sessista-consumista-nichilista). Specchio fedele, questo sì, di una società al suo capolinea, ideologicamente afasica, lobotomizzata dalla dittatura delle merci. Facciamocene una ragione: le canzoni impegnate appartengono alla storia, il rap ne inscena, semmai, l’incolto de profundis».

Non ha più futuro il cantautorato in Italia perché non esistono più quegli ideali forti che lo caratterizzavano?
«Non voglio assegnare medaglie, dire cos’è meglio e cos’è peggio. Dico soltanto che in quarant’anni, in Italia e nel mondo, è cambiato quasi tutto ed è cambiato in modo radicale. Anche nella musica. Attraverso la pigra veicolazione di discografici più ignavi che furbi,la canzone tende a farsi interprete dei gusti del pubblico: se il pubblico – soprattutto il pubblico giovane –si ostina aritrovarsi nell’apologia nichilista dello sballo per lo sballo, c’è una frotta di finto-decadentipronti a salmodiare del loro ombelico, dei loro mal di pancia e di come la vita faccia davvero schifo e quindi vai con la beatificazione delle sostanze oppiacee di qualunque tipo o dei disvalori dati da sesso e ricchezza. E questo finto-mercato  della canzone si è adeguato (in basso) persino alla fruizione superficiale dell’ascolto che ci viene dall’abuso reiterato dei “singoli”, dei tablet e degli smartphone. Per rispondere alla domanda in estrema sintesi: ripeto che il cantautorato italiano, in accezione originaria e antitetica a tutto ciò, andrebbe sistematizzato a beneficio dei posteri, dei letterati e degli storici. Fine del discorso».

Cosa ne pensa della recente fiction su De André? Ci è sfuggito qualcosa?
«Non l’ho vista e dunque non so dire. Diffido, del resto, dalle fiction biografiche, mi piacciono di più i documentari. Fabrizio De André, per la musica come per la cultura italiana, costituisce un unicum geniale, che ritengo anche post-mortem si racconti benissimo da solo, attraverso le parole scritte e cantate che ha lasciato. Lo dico senza ombra di polemica: non amo le biografie liofilizzate a uso e consumo delle masse televisive. Non ho seguito nemmeno le fiction sui neo “santini” Falcone e Borsellino se questo può servire a tranquillizzare qualcuno».

A cosa sta lavorando?
«Per le “battagliere” Edizioni Paginauno, a maggio uscirò con un saggio che inquadra gli anni Settanta attraverso i dischi dei cantautori che li hanno meglio interpretati. Seguirà il secondo volume due,che farà lo stesso con gli anni Ottanta. Gli anni in cui si è consumato l’inizio della fine. Del “fenomeno” cantautorale e non soltanto. Con l’avvento di Vasco Rossi, la così detta canzone d’autore ha infatti sostituito il nichilismo alla stagione dell’impegno collettivo. E’ a partire da lì che le cose sono cambiate fino ad arrivare al punto in cui sono arrivate. Nelle canzoni come nella società».

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