L'esordiente

Dario Levantino: «Un’immagine dell’Eneide ha ispirato il mio primo romanzo»

L’insegnante palermitano ha pubblicato con Fazi editore il suo romanzo d’esordio "Di niente e di nessuno" ambientato nel quartiere Brancaccio della sua città e scaturito dalla storia di Enea e Anchise «che è per antonomasia - dice - l’immagine dell’amore che lega un figlio a un genitore»

"Di niente e di nessuno" narra l’intensa storia di formazione condotta con la voce, spietata e dolcissima, di un adolescente, Rosario, che lotta per sovvertire i morbosi equilibri della sua famiglia infelice

Dario Levantino

Dario Levantino, insegnante e scrittore palermitano

«Iu un mi scantu di nenti e di nuddu». Questa frase in dialetto sbuca ripetutamente nella storia di Rosario, adolescente palermitano alle prese con la sua crescita e l’infelicità di una vita qualunque. Una frase che, non a caso, dà il titolo Di niente e di nessuno al romanzo di esordio del palermitano Dario Levantino pubblicato qualche settimana fa da Fazi editore. Classe 1986, Dario Levantino insegna Lettere in un Liceo Linguistico di Monza - dove lo ha portato, all’inizio, il cuore - e proprio l’amore per la letteratura e soprattutto per le lettere classiche è alla base di questo romanzo di formazione contemporaneo.
«Ho sempre amato la mitologia – spiega l’autore - e c’è una scena, allo stesso tempo forte e struggente, dell’Eneide che mi è rimasta dentro dalla prima volta che l’ho letta: quella di Enea che, scappando da Troia in fiamme si carica sulle spalle il padre Anchise, il quale non vorrebbe invece rallentare la fuga del figlio. Ho sempre rintracciato in questa scena l’immagine per antonomasia dell’amore e del senso del dovere di un figlio verso un genitore, la pietas che lega ognuno di noi a chi ci ha cresciuti. Insomma, non avevo in mente una storia, né una trama ma sapevo di voler scrivere per poter ricreare, a un certo punto, esattamente quella scena lì».

Dario levantino Di niente e di nessuno

Da quell’immagine poetica che gli girava in testa alla stesura del romanzo, il passo è stato breve, complice la lontananza da casa, qualche anno fa, quando Levantino si è trovato nella Repubblica Ceca per lavoro.
«Il fatto di stare in un altro Paese – spiega – mi ha portato a pensare spesso alla mia Palermo e alla mia famiglia, al mio dialetto. Inoltre, per ricreare quella scena mitologica in un ambiente contemporaneo, mi serviva un luogo sospeso nel tempo e nello spazio che non poteva che essere la periferia più viscerale, dove non arrivano né lo Stato né la cultura. Mi serviva una ambientazione in cui fosse possibile rintracciare e trasferire certe relazioni ataviche, e Brancaccio, dove non ho vissuto ma che conosco bene anche perché ci giocavo a calcio da piccolo, era il luogo perfetto».
Per il resto di biografico, nel libro, c’è ben poco. «La mia è una famiglia meravigliosa – sottolinea Levantino – e anche se ammetto che per il ritratto della madre, Maria, donna votata all’accudimento della famiglia, mi sono ispirato alla mia e al nostro legame, mio padre non ha nulla a che vedere con Roberto, quell’essere spregevole che è il padre del protagonista. Infine c’è Rosario, l’adolescente con il quale condivido l’amore per la mitologia e per il mare e il cui flusso di coscienza e di ragionamento è piuttosto simile al mio. Grazie al cielo, però, non ci sono capitate le stesse cose».

Il romanzo, breve e deciso, narra l’intensa storia di formazione condotta con la voce, spietata e dolcissima, di un adolescente che lotta per sovvertire i morbosi equilibri della sua famiglia infelice. Nel libro aleggia anche la figura del nonno materno, morto prematuramente nel terremoto del Belìce del 1968, di cui il giovane porta il nome e di cui decide di seguire le orme, solo per accontentare il desiderio della madre, e indossando la divisa di portiere nella Virtus Brancaccio.
E cedendo a questo desiderio della madre, tra pestaggi, amore e disincanto, Rosario avvia quel processo di crescita che prelude all’età adulta in cui entra di prepotenza facendosi carico di tante responsabilità pur di emanciparsi dalla presenza cinica, bugiarda e violenta del padre. Così quel “Iu un mi scantu di nenti e di nuddu” acquista il sapore del mantra ripetuto quasi per esorcizzare la paura “di tutto e di tutti” che solo con grande coraggio riuscirà ad affrontare.
Un’opera prima che ne preannuncia sicuramente altre, anche se Levantino è certo di non voler sottostare ad alcun ricatto pur di pubblicare. «Non mi interessa scrivere per gratificazione personale – spiega – e quindi rischiare di dover anche pagare una casa editrice pur di venire pubblicato. Ho avuto la fortuna di trovare la Fazi che, dopo aver ricevuto una prima parte del mio romanzo, ha creduto in me. È questa l’editoria sana, quella verso cui mi dirigo e quella che bisogna sostenere, anche se, a far davvero paura è l’inesorabile diminuzione di chi legge e ama i libri».

mariaenzagiannetto@gmail.com

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