L'intervista

Gaetano Savatteri: «La Sicilia? Un’isola esagerata»

Il giornalista e scrittore è tornato in libreria con "Il delitto di Kolymbetra" (Sellerio) nuova indagine del giornalista Saverio Lamanna e del suo fido Piccionello: «La Sicilia è il mio luogo letterario ma non la vedo come una prigione, è un modo di decodificare il mondo»

Con Saverio Lamanna e Peppe Piccionello, Savatteri entra a pieno titolo tra i giallisti di Sicilia: «Quello del giallo non è un fenomeno recente, ormai c’è una grande tradizione. Uno dei primi polizieschi italiani è stato scritto proprio in Sicilia da Leonardo Sciascia, con "Il giorno della civetta"»

Gaetano Savatteri

Giornalista e scrittore: Gaetano Savatteri

Ancora prima dei godibilissimi romanzi di Gaetano Savatteri La parata delle stelle del 2016, e Il delitto di Kolymbetra, da poco in libreria, Saverio Lamanna vede la luce come protagonista di alcuni racconti pubblicati nelle antologie Sellerio. E’ un giornalista siciliano, disoccupato. Lavorava a Roma, come portavoce di un sottosegretario degli Interni, ma commise un errore imperdonabile: nel redigere un comunicato stampa, fece dire una cosa intelligente al suo datore di lavoro. Fu immediatamente licenziato e ritornò in Sicilia, luogo ideale per passare inosservato in una terra di disoccupati. E lì, nel piccolo villaggio di Makàri, che esiste realmente vicino San Vito Lo Capo, prendono abbrivio le sue coinvolgenti avventure in compagnia dello scanzonato Peppe Piccionello, bermuda e ciabatte.

“Quello che mi ha catturato di più in questo romanzo è la scrittura... scintillante. Gli incipit dei capitoli sono lampi di luce, di intelligenza e sagacia purissimi” scrive su Instagram una lettrice d’eccezione: Luciana Littizzetto su Il delitto di Kolimbetra.
Inviato Mediaset per la trasmissione Quarta Repubblica, direttore da cinque anni di Trame, festival di libri sulle mafie (la prossima edizione a Lamezia Terme si terrà dal 19 al 23 giugno), Gaetano Savatteri è nato a Milano ma è cresciuto nella patria di Sciascia, Racalmuto, dove giovanissimo, insieme ad altri futuri giornalisti, fondò Malgrado tutto.

Il delitto di Kolymbetra di Gateano savatteri

Quali storie ti preme raccontare come scrittore ma che non vuoi o non puoi raccontare come giornalista?
«I tempi e gli spazi concessi al giornalista sono sempre molto ristretti, legati fortemente al corso degli eventi. Il romanzo permette di creare un mondo intero, magari prendendo spunto dalla realtà ma per arrivare a conclusioni nuove che invece hanno a che fare con la fantasia».

Come autore, quanto incide la territorialità in te, in questo caso la sicilianità?
«La Sicilia è sicuramente il mio luogo letterario ma mi piace svariare, portare i miei personaggi in altri luoghi, perfino all’estero. La Sicilia non come prigione, ma come un modo di decodificare il mondo».

Sciascia diceva che "La letteratura è la più alta forma che la verità possa assumere". Sei d'accordo? A parte lui, che hai definito il tuo maestro e col quale condividi Racalmuto, c'è un modello di scrittura o uno scrittore in particolare al quale ti ispiri?
«Come non essere d’accordo? Chiunque scriva tende ad approssimarsi a una verità o a crearne una. Certo che Sciascia è il mio riferimento, ma per quanto riguarda i dialoghi, ad esempio, molto ha influito nella mia scrittura la lezione dei grandi autori americani. In questo, ad esempio, Hemingway continua ad essere insuperabile nella costruzione di dialoghi in cui si parla di qualcosa per dire altro».

Uno scrittore siciliano quanta verità e quanta fantasia deve dosare per essere credibile?
«Non lo so. So che spesso gli scrittori che scrivono di Sicilia sono scrittori “di cose”, come diceva Pirandello, rispetto agli scrittori “di parole”. La realtà in Sicilia è così forte e invadente che è difficile sottrarsi a questa pressione».

E’ più facile trovare la realtà vera dell’Isola nei romanzi o nelle cronache giornalistiche?
«Le cronache sono la miniera dalla quale chi scrive romanzi, soprattutto polizieschi o noir, attinge ispirazione, spunti, suggestioni. E poi non c’è nulla di più romanzesco della cronaca di tutti i giorni».

Anche tu adesso con Saverio Lamanna e Peppe Piccionello entri a pieno titolo tra i giallisti di Sicilia. Che ne pensi del boom del giallo made in Sicily?
«Quello del giallo non è un fenomeno recente, ormai c’è una grande tradizione. D’altra parte, se ci pensiamo bene, uno dei primi polizieschi italiani è stato scritto proprio in Sicilia da Leonardo Sciascia, con Il giorno della civetta. Solo che a quei tempi, negli anni Sessanta, non si poteva chiamare giallo perché il genere allora era considerato di serie B».

Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

Con quale metafora presenteresti la Sicilia a uno straniero?
«Un’isola esagerata, più piccola di tutto quello che ci sta dentro».

L’ironia con cui stemperi la tua disillusione di scrittore siciliano, può essere un’arma efficace per scuotere le coscienze?
«Guarda, mi sembra che in questo momento c’è già molta gente che punta a scuotere la coscienza degli italiani. L’ironia semmai è l’antidoto contro certi fanatismi, contro le indignazioni a comando o contro la rassegnazione permanente».

Adesso ti senti un giallista o questa definizione ti sta stretta?
«Tutte le definizioni sono strette, per definizione appunto. Non mi sento giallista perché non sono capace di costruire complessi meccanismi ad orologeria, come quelli dei grandi polizieschi. Non mi interessa tanto la parte enigmistica del poliziesco, quanto la sua capacità di raccontare il contemporaneo. Ma se mi chiami giallista non mi offendo, anzi. Prima l’indagine di Lamanna e Piccionello alla Mostra del Cinema di Venezia, adesso questa nuova avventura nella Valle dei templi di Agrigento».

Vogliamo regalare ai tuoi e nostri lettori un anticipo della loro terza indagine?
«Credo che Lamanna tornerà a Roma, nei luoghi e nei palazzi della politica che aveva già frequentato. Con Piccionello, ovviamente».

robmistretta@libero.it

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