Il romanzo

Nadia Terranova: «La memoria è il nostro gioco più puro»

Col suo secondo romanzo "Addio fantasmi" (Einaudi) la scrittrice messinese, tra passato e presente, racconta un dolore vagante, quello dell’assenza, da 23 anni dalla casa di famiglia, del padre di Ida. E c’è chi vede già la Terranova tra i favoriti al prossimo Premio Strega

L'autrice messinese è una scrittrice di razza. Conosce il mestiere della scrittura per la lunga esperienza di autrice di racconti e conosce l’arte della lettura, se sa riconoscere le parole da offrire ai suoi personaggi, bravissimi a creare empatia con il lettore: «Ida, la protagonista usa la memoria come un teatro consapevole di cosa mandare di volta in volta in scena»

Nadia Terranova

La scrittrice messienese Nadia Terranova

Girano, nel salotto buono della letteratura, un nome e un titolo come candidati al più prestigioso dei premi letterari, il premio Strega. Il nome è Nadia Terranova, il titolo è Addio fantasmi. Quando lo faccio notare alla scrittrice siciliana, lei sorride compiaciuta e quasi intimidita. Nadia Terranova è una scrittrice di razza. Conosce il mestiere della scrittura per la lunga esperienza di autrice di racconti e conosce l’arte della lettura, se sa riconoscere le parole da offrire ai suoi personaggi, bravissimi a creare empatia con il lettore. Lo abbiamo sperimentato con il suo primo romanzo Gli anni al contrario ed è così anche per questo sua ultima prova.

Nadia Terranova

Nadia Terranova e il suo ultimo romanzo "Addio fantasmi"

Addio fantasmi (Einaudi) è romanzo scomodo. E’ il racconto di un dolore vagante, un monologo della memoria in rewind, fatto di oggetti, ricordi e ossessioni. L’oggetto è la casa, il ricordo è un nastro da riavvolgere e l’ossessione è un numero, 6 e 16, l’ora in cui scompare il padre della protagonista Ida Laquidara. Questo atto di ribellione congela le vite degli abbandonati, la protagonista e la madre, che consumano ventitrè anni lottando contro la vergogna dell’abbandono. Un romanzo del tempo a due dimensioni, passato e presente, un romanzo fatto di ossimori sopra e sotto, luce e buio, acqua e terra. Un romanzo con il pregio di una scrittura di ritmo, in cui la parola, in posizione e suono, ha un posto centrale.
Nel romanzo le parole essenziali sono dolore, corpo, pudore, acqua, insonnia, riparazione che formano il lessico familiare del triangolo danneggiato che è la famiglia di Ida. Lei scrive “dizionario inutilizzato” a proposito del rapporto tra Ida e il compagno.

Qual è invece il dizionario utilizzato da Nadia Terranova in questo suo romanzo?
«Tutto nella scrittura e nella lettura passa per le parole, per il lessico. La scelta delle parole è essenziale per chi scrive. Mi arrovello nella scelta di una parola e poi noto, con una certa soddisfazione, che proprio quella parola viene più volte sottolineata dal lettore. Il mio lessico in Addio fantasmi deriva dalla voglia di raccontare qualcosa di universale. Penso che la vita sia composta di tanti eventi che accadono tutti insieme ma che lo scrittore scompone in particelle. E più va a fondo, più si mette a nudo e più tocca il cuore di quello che brucia, di cui si vergogna. La scrittura è vergognarsi. Se non mi vergogno, se non trovo qualcosa che mi mette in imbarazzo, non scrivo. Mi sono distribuita nella vergogna di tutti i personaggi di questo libro, ho adottato il loro lessico anche di quelli più distanti da me. Se erano parole esplosive, dovevo adottarle per farle esplodere nella pagina. Un esempio di lessico familiare? Nel libro compare la parola “mattonella”, che è un gelato a tronchetto tipico di Messina, la mia città. La mattonella compare a segnare i rari momenti di felicità, a ricordarci che il dolore è sempre lì, anche se si è felici qualche volta. Il corpo a corpo con il dolore è una lotta titanica, cui si reagisce dando al dolore una forma. Per Ida la forma è una sfera arroventata che squarcia il petto e che si porta dietro per molto tempo. Questa sfera si riaccenderà per un dettaglio nella casa di Messina».

O anche passeggiatammare?
«Certo. Scritta così come si pronuncia, tutta attaccata: una parola magica dell’infanzia. In questo libro sono accadute cose profonde che hanno spostato il mio lessico in quello del romanzo. Come scoprire, con entusiasmo appunto infantile, che passeggiatammare era in realtà tre parole e che gli altri mari, a parte il mio che era lo Stretto, non avevano la terra di fronte».

Lei scrive che la memoria è un atto creativo, “il gioco più puro che abbiamo”.
«Il gioco della memoria e quello del vissuto dello scrittore finiscono per coincidere. La memoria è il territorio più libero che abbiamo e la protagonista usa la memoria come un teatro, consapevole di cosa mandare di volta in volta in scena. E non è solo un fatto legato alla scrittura, ma anche alla vita. Quando ricordiamo, abbiamo un rapporto con la distorsione che è esattamente la trasfigurazione di quello che accade nella letteratura. Uso la libertà del romanzo, perché ha in sé il confine sottile tra ciò che succede e ciò che potrebbe succedere».

Nadia Terranova

Nadia Terranova

Finte storie vere come quelle che la protagonista scrive per un programma radiofonico?
«Questo invece l’ho fatto davvero. Per due anni ho scritto per la radio e non andavo in voce, come Ida. Scrivevo, con uno pseudonimo, anche oroscopi per gente che doveva crederci e mi ponevo il problema di mettere un po’ di speranza. Forse in quegli anni ho capito quanto si potesse mettere di sé e quanto rubare. La sera poi mi ascoltavo e la cosa mi divertiva».

Ci sono frasi in Addio fantasmi simili ad aforismi. Talvolta secche e disturbanti come questa “Si nidifica solo dove c’è sporco”. Che legame c’è tra famiglia e sporcizia?
«Le rispondo con un episodio estraneo al libro. Ho vissuto nella mia casa a Messina con mia madre e senza mio padre. Per anni questa casa, nella mia adolescenza, è stata infestata e abitata da animali di ogni sorta, blatte e un geco che non si poteva ammazzare perché porta sfortuna. Gli animaletti per me erano il simbolo dell’abbandono: non c’era, con me e mia madre, un uomo che li ammazzava. Ma quando abbiamo lasciato la casa, sono andati via anche loro. Non c’era più vita perché mancavano briciole, umidità e odori. Ho capito allora quella frase di mia nonna a me bambina dispiaciuta perché a casa nostra le rondini non facevano il nido. Una frase tranquillizzante. E aveva ragione».

Il nome è la prima parte del suo romanzo. Dare il nome alle cose è il solo modo di affrontarle?
«Se non c’è un contorno fatto di lettere, è complicato affrontare le cose. Io non so fare altri riti di battesimo laico. Sono troppo occidentale e non posso fare a meno del Logos».

Nemmeno del mito e della tragedia…
«Certo, io non so pensare a un romanzo senza il Fato, il bivio di fronte al quale scegliere la strada sbagliata, l’eroe. Come è irrinunciabile la dimensione mitica, perché ha già detto tutto. Il mio prossimo libro - uscirà a marzo - è un libro per ragazzi con le illustrazioni di Vanna Vinci e racconta i miti dello Stretto che in Addio fantasmi mi erano rimasti tra le dita. E li ho scritti come li so io».

Per Nadia Terranova la scrittura salva?
«Non è l’atto della scrittura a salvare: è la lettura. La lettura che salva anche gli scrittori. Se dovessi scrivere per me, non mi salverei per niente, anzi starei ancora più male. Posso salvarmi quando si parla del libro nelle presentazioni oppure quando leggo i commenti dei lettori. Io mi salvo da lettrice, non da scrittrice. Io da scrittrice sto nell’inferno e lo so».

sessadany@virgilio.it

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