Il disco

Angelo Sicurella: «Ripartiamo dalla condivisione»

"Yuki-O" è l’album d’esordio come solista del cantante dei palermitani Omosumo, che, tra cantautorato e synth pop, cerca di andare oltre il mondo frenetico che cancella presente e futuro: «Mi ha ispirato la tragedia di Lampedusa dell’ottobre 2013»

Otto tracce sospese tra cantautorato e synth pop. Si intitola "Yuki-O" l’ottimo album di debutto del musicista e cantante palermitano – già voce degli Omosumo – pubblicato da Urtovox Records e disponibile su Spotify e in tutti gli store digitali e fisici

Angelo Sicurella

Il cantautore palermitano Angelo Sicurella

Otto tracce sospese tra cantautorato e synth pop. Si intitola Yuki-O l’ottimo album di debutto del musicista e cantante palermitano Angelo Sicurella – già voce degli Omosumo – pubblicato da Urtovox Records e disponibile su Spotify e in tutti gli store digitali e fisici. Sicurella, che a febbraio inizierà un tour nazionale (prima data il 3 a Bologna), attualmente si trova a Bali, impegnato in un viaggio alla ricerca di nuovi suoni. «Qualche estate fa – racconta - ho visto Baraka, un film documentario diretto da Ron Fricke, dove c'è un frammento di un paio di minuti in cui si vede il kecak, una danza rito balinese che mi ha affascinato tantissimo per l'uso delle voci, intenso e sciamanico, e ho pensato di venire qui a registrarlo. Vorrei che questo ponesse le basi di un nuovo lavoro».

Angelo Sicurella Yuki-O

Cosa offre l'esperienza solista?
«Mi concede intime libertà. Fare passeggiate solitarie penso sia sano e salutare. Il percorso di ricerca di ognuno di noi è qualcosa di personale, anche quando viene condiviso in band. Io sono sempre "in cerca di.." e questa attitudine mi porta a sperimentare parecchio e a voler scoprire cose nuove, prediligendo le contaminazioni. Forse in questo sono un po' figlio della mia terra».

Come sono nate le canzoni del nuovo disco?
«Da un percorso di ricerca sui suoni e sulla voce. Yuki-O ha continuato questa esplorazione, aprendo di più il campo ed esplorando dei fraseggi vocali e un nuovo uso della voce, attingendo dal blues, dal R'n'B e dal mondo della vocalità araba o sufi, come nel caso di Ubriachi di sale, in cui mi perdo in un solo di voce. La parte strumentale, allo stesso modo, ha avuto una evoluzione nella ricerca di suoni che ho praticato per mesi prima di approcciarmi a una scrittura. Sentivo la necessità di ricercare un uso dell'elettronica sempre più mio e questo processo lo sento ancora in movimento. Molto spesso ho proceduto per stratificazioni di suoni, fino ad arrivare a dei cluster di sintetizzatori che mi soddisfacevano, dal noise a suoni più morbidi».

Chi è Yuki O?
«La protagonista del disco. È una ragazzina che vive lo stesso mondo che viviamo noi, frenetico, incerto. Un mondo che non sa se arriva a domani, per via di una realtà assolutamente dissociante e lontana da noi su tutti fronti. Una realtà che vuole vincerci, rendendoci soli e finti felici. Yuki-O è la fragilità che cammina sulle gambe delle nostre aspirazioni, con tutte le incertezze del caso. A un certo punto qualcosa si muove dentro di lei e capisce che sognare è importante e che la condivisione può essere un modo per vivere diversamente questo mondo, la cui eccessiva e inutile velocità non ci permette di assaporare le cose, non ci fa godere del nostro presente, non ci fa immaginare il nostro futuro. Per cui, da qui, comincia un processo di riappropriazione».

La tua avventura solista è iniziata con i tre ep di Orfani per desiderio. Perché hai deciso di far uscire quelle nove canzoni in maniera così frammentaria?
«Perché pensavamo, insieme a Paolo Naselli (il mio discografico), che potesse essere un modo diverso per fare uscire un lavoro. La velocità di cui si parlava poco fa, tra le tante cose, porta gran parte della gente a non ascoltare più un disco nella sua interezza, pensandolo come un discorso. Per cui, abbiamo pensato che un'uscita del genere avrebbe da un lato favorito un ascolto più attento e, dall'altro, avrebbe prediletto un impegno artistico anche diverso. Infatti, i tre capitoli sono usciti
con tre copertine diverse, vantando la collaborazione di tre artisti palermitani (Manuela Di Pisa, Igor Scalisi Palminteri e Lorenzo Passannante) e una trilogia video diretta da Manuela Di Pisa. È stato sicuramente un lavoro che ha permesso un confronto artistico diverso dal solito».

"Yuki-O" è un lavoro nato da un'esperienza particolare che hai vissuto a Lampedusa...
«Durante l'anno vado più volte a lavorare a Lampedusa, al Centro di Primo Soccorso e Accoglienza, il primo scoglio su cui approdano migliaia di persone. Ho assistito a diversi eventi forti. Nell'ottobre del 2013 mi sono ritrovato in mezzo a una sciagura inaspettata. Circa 380 persone morivano in preda a un mare calmo. A poche centinaia di metri dalla costa dell'Isola dei Conigli, il loro barcone si era capovolto, molti di loro non sapevano nuotare. Siamo scesi tutti al molo in uno stato di emergenza che non avevo mai visto. È arrivata la prima imbarcazione che ne portava 47. La seconda, sempre in numero simile, portava una quota di vivi e una quota di morti. Poi, sempre e più solo i morti che si riuscivano a recuperare. Questa esperienza mi ha portato a scrivere e a ultimare il disco. Mi ricordo che, appena tornato dalla mia settimana di servizio a Lampedusa, salii in campagna senza voler vedere né parlare con alcun essere umano. Ho avuto a che fare per una ventina di giorni e più solo con alberi e piante e due pecorelle. In quei giorni ho scritto gran parte del disco, sia musica che testi, venuti fuori come una tempesta».

Hai voluto sperimentare anche con l'uso della voce, o sbaglio?
«Si, ho voluto sperimentare sulla voce, recuperando anche delle cose che avevo abbandonato. Negli ultimi anni ho usato la mia voce agli estremi. O in alto in alto, o nelle profonde basse del mio registro vocale. Questa volta ho cercato di usarla in maniera dinamica e libera, senza pormi limiti».

Quanto c'è di Palermo nel disco?
«Penso ci sia molto. Prima di tutto perché è l'ambiente in cui vivo e in qualche modo mi condiziona, anche se a volte il processo di scrittura mi porta a isolarmi da ogni contesto. Ho vissuto questo processo di ricerca un po' come in un porto dove arrivavano diverse imbarcazioni, diverse parole e diverse soluzioni sonore, che cercavano anche una contaminazione, un contatto, un legame. E l'uso di certe inflessioni vocali, tendenti alla vocalità araba, ci appartiene anche nella storia, così
come l'attitudine alla contaminazione. Yuki O è fatto anche di questo».

gianlucasantisi@gmail.com

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