Il disco

Anna Ventimiglia: «Panuya è l’isola che non c’è»

La flautista catanese è uscita con il suo nuovo disco che tra sonorità jazz e world music dipinge di colori atipici una Sicilia libera da stereotipi: «Si sente l’energia dei luoghi». Con lei Giuseppe Finocchiaro, Bruno Morello, Fabrizio Scalzo e Pucci Nicosia

Il nuovo disco della flautista catanese sposa il desiderio di “fotografare” la sua Sicilia, con una musica difficilmente “confinabile”: «Il desiderio di dipingere più che fotografare la mia terra usando colori e sfumature atipiche è nel ricercare un’anima moderna, più attuale, che si avvicina ad un era più globale e che, appunto, si evolve e si sgancia dal vecchio prototipo, liberata delle sue vecchie strutture ideologiche, per fluttuare in armonia con l’empatia del territorio»

Anna Ventimiglia

Anna Ventimiglia

Dal Project alla veste solista. Anna Ventimiglia, flautista catanese, si propone con 11 “perle” musicali contenute nel cd fresco di stampa Panuya, florilegio di note e pensieri. “Fotografie” dell’anima che mettono in moto le cartoline mentali delle fantasie recondite.

Panuya di Anna Ventimiglia

Il debutto è cosa fatta. Panuya è realtà. Un cd che rappresenta un vero e proprio “viaggio” tra le tue sonorità. Com’è nata l’idea di mettere su disco questo progetto?
«L’idea è nata dal desiderio di raccogliere e 'fissare' alcuni fra i brani composti, in modo da dargli una stabilità nella forma e nei suoni. Qualche anno addietro, Orazio Maugeri mi esortò a produrre questa raccolta incoraggiandomi ma in realtà è Giuseppe Finocchiaro che ha creduto nel valore di questi brani, determinandone la registrazione».

Un forte legame con la tua terra, la Sicilia, pensiamo a brani come Panuya stesso, oppure Pantalikaluna, ma con un sound fortemente connotato dalle esperienze internazionali dei tuoi musicisti. Come si sposa il desiderio di “fotografare” la tua terra, con una musica difficilmente “confinabile”?
«Il desiderio di dipingere più che fotografare la mia terra usando colori e sfumature atipiche è nel ricercare un’anima moderna, più attuale, che si avvicina ad un era più globale e che, appunto, si evolve e si sgancia dal vecchio prototipo, liberata delle sue vecchie strutture ideologiche, per fluttuare in armonia con l’empatia del territorio. Sia Panuya che Pantalikaluna contengono ritmi che secoli fa appartenevano all’Africa, nostra “vicina di casa” ma che per vicissitudini sono finiti nelle Americhe. Panuya rappresenta la solarità di un luogo che ci fa stare bene, un’isola che non c’è, Pantalikaluna la sacralità di quello che fu un luogo severo dell’antichità e che tutt’oggi emana forti emozioni, ancor più quando la luna riflessa sulla pietra bianca, gioca ritmicamente con le ombre dei buchi, tombe e cripte scavate nella roccia. E ancora, Etnande e Riccioli d’onda, le sento come immagini in movimento: la prima descrive il risveglio del vulcano, la seconda è l’acqua, le increspature delle onde, le piccole gocce che ritmicamente girano, rimbalzano, schizzano scherzosamente lungo la battigia, fino ad appianarsi sulla spiaggia. Ciò che esiste della Sicilia, dunque, è l’energia dei luoghi, la passionalità mediterranea, i contrasti, che un accordo 'moderno' può trasmettere con efficacia. I colori di questa Terra possono essere a volte decisi, accesi, caldi, corposi, tramandati dalla nostra vicina Africa; a volte color pastello, più delicati, lucenti, come filtrati da una colta presenza europea del passato, quali quella normanna. E’ come un artista che inizialmente dipinge nelle regole ma che poi se ne distacca, per trasmettere solo l’essenza, l’energia di ciò che vede o che sente, nella libertà di una propria evoluzione».

Bruno Morello, Giuseppe Finocchiaro, Fabrizio Scalzo e Pucci Nicosia. Ognuno di loro, per ricollegarci alla precedente domanda, ha messo qualcosa di proprio in questo cd. Come sono nate queste collaborazioni?
«La scelta delle persone è stata, ovviamente, in base alle esperienze e alla conoscenza musicale a largo spettro, anche dal punto di vista ritmico; ma soprattutto in base alla loro capacità di coglierne l’andamento adatto e di ricercarne l’equilibrio e il buon gusto in rapporto all’insieme, nel rispetto delle sonorità e del carattere di ogni brano, mantenendo uno stile jazz ma anche un po’ world. Quando ho presentato loro i brani, erano quasi tutti ben definiti e completi, con parti scritte. Bruno ha percepito subito l’andamento nei suoi interventi con delicatezza e colore adeguato ed ha saputo cogliere quel pizzico di classicità su Etnande come nel ricordo di un eco del Bolero di Ravel. Giuseppe mi ha aiutato nella supervisione generale ritoccando, togliendo, aggiungendo qua e là, alcune sonorità o qualche ritmica, riuscendo a cogliere l’anima delle composizioni e trasmettendole sia musicalmente sia tecnicamente a Fabrizio e Pucci che, a loro volta con esperienza e maestria, hanno saputo gestirsi ed elaborare. Tutti hanno apportato il loro contributo, è stato un bellissimo lavoro di squadra».

Anna Ventimiglia

Anna Ventimiglia in concerto

Tranne 11 novembre 2011, tutti i brani sono di tua composizione. Da dove trai ispirazione?
«L’ispirazione quasi sempre scaturisce da emozioni sia visive, come la natura, che del vivere o da fatti accaduti; a volte le note nascono dall’ascolto interiore in relazione al luogo, o al sentire del momento verso fatti o persone. Le esperienze di vita aiutano, rendono la composizione più emotiva, più colorata, più… vissuta».

Preferisci la dimensione “live” o “studio”?
«La performance live dà forti emozioni soprattutto quando si trova un buon pubblico con una bella energia e voglia di ascoltare ma non è facile trovare l’equilibrio fra l’acustica sul palco e quello che succede fuori palco, occorre un silenzio teatrale, direi quasi classico, tutto questo in studio esiste e mi piace. Sono due mondi diversi che si completano».

l.lodato@lasicilia.it

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