Il personaggio

A casa di Blatta, il musicista-non-musicista

E' piena di macchinette e tastiere la stanza della musica di Dario Aiello, in arte Blatta, dj, producer e sound engineer catanese, da 20 anni circa è uno dei punti di riferimento della scena elettronica siciliana

Il nick Blatta circola da vent’anni. Durante i quali è passato dallo status di ragazzino outsider a uno dei punti di riferimento della scena elettronica siciliana. Bedroom music, la sua: non solo perché suonata, prodotta e gestita da dentro casa propria, ma anche perché legata a texture sognanti, vagamente psichedeliche e a un massiccio uso del riverbero

Dario "Blatta" Aiello

Il musicista catanese Dario Aiello, per tutti Blatta

Il nick Blatta circola da vent’anni. Durante i quali è passato dallo status di ragazzino outsider a uno dei punti di riferimento della scena elettronica siciliana. La sigla Blatta & Inesha, che lo vedeva insieme al re del turntablism (secondo Wikipedia, l’arte di manipolare i suoni e creare musica mediante giradischi e mixer da dj) Inesha, per 10 anni ha tenuto banco dentro e fuori i confini italiani. Pionieri dei sound dance più eccitanti dei primi anni 2000 con dj set infuocati, dischi e tour ovunque nel mondo, dalla Francia al Sud America, passando per Corea, Giappone e Usa. Qualcosa di estremamente giovane ed estremamente vitale.

Per incontrarlo siamo andati a casa sua, a Catania, dove ha lo studio di registrazione, come oramai in tantissimi nel mondo. Bedroom music, la sua: non solo perché suonata, prodotta e gestita da dentro casa propria, propaggine digitale dell’egida punk del D.I.Y. (acronimo di Do It Yourself, cioè da solo puoi fare tutto) ma anche perché legata a tratti estetici precisi, che grosso modo possiamo riassumere sotto la duplice direttiva di texture sognanti, vagamente psichedeliche e un massiccio uso del riverbero.

Dario Blatta Aiello

La strumentazione elettronica di Dario "Blatta" Aiello, foto di Gianluca Runza

La stanza è piena di macchinette, tastiere, chitarre, un paio di Kallax con i dischi. Insomma l’armamentario del moderno dj e producer, quello che tanti anni fa Brian Eno aveva pronosticato sotto la definizione di musicista-non-musicista.

Gli inizi di Blatta sono stati con il suo vero nome, Dario Aiello, nei panni del musicista tradizionale. «Il mio passato è chitarristico e jazz in particolare. A inizi ’90, tutti ascoltavano grunge, io invece avevo Miles Davis e Charlie Parker nel walkman. Da lì ho avuto un percorso inverso, perché mi sono avvicinato alle cose più ignoranti, il punk come il pop».

Dario Blatta Aiello

Le chitarre di Blatta, foto Gianluca Runza

La svolta elettronica?
«Durante il servizio civile presi l’RM1x della Yamaha, un sequencer con un display piccolissimo. Con questa macchinetta organizzai la mia prima band elettronica, chiamata Blatta Sound. Non so se ti ricordi, che c’eravamo inventati tutta ‘sta storiella: che eravamo come Spiderman, lavoravamo in una ditta di disinfestazione ed eravamo stati pizzicati da una blatta elettronica…? Insomma, le classiche stronzate che si fanno a 20 anni».

Che anno era?
«Intorno al 1999».

Cioè gli anni dello sdoganamento della dance al pubblico rock e alternativo.
«Sì. Io ero molto interessato a jungle e drum’n’bass, ad esempio. Molto meno alla roba dritta, house e techno. A quella mi sarei avvicinato dopo. Allora mi piaceva il beat spezzato. Con Blatta Sound facevamo drum’n’bass dal vivo, tipo Roni Size. Suonavo la chitarra e con questa macchinetta facevo tutte le sequenze elettroniche, filtri, fx, parti di batteria anche se sotto avevamo una batteria reale, che suonava Salvo Coppola. Avevo un lettore cd tradizionale, da casa, attaccato a un mixer, con cui mandavo cd di voci, tipo i canti gregoriani o qualunque altra cosa mi permettesse di spezzare la parte strumentale con un cantato, campionandoli».

Dario Blatta Aiello

I vinili di Dario Aiello, foto di Gianluca Runza

Come lavori sulle tracce?
«Mi concentro su un singolo strumento, finché non ha raggiunto una sua linea abbastanza definita, poi ne aggiungo un altro e così via».

Le tue macchine?
«Ognuna di loro deve avere un ruolo, facilita anche nella composizione. Provenire dal jazz mi ha dato dimestichezza con l’improvvisazione, che è un altro lato del mio modo di produrre».

A cosa stai lavorando adesso?
«Per un po’ non ho girato, volevo stare in studio a fare musica. Ho fatto il sound designer, per brand come Dainese e al Salone del Mobile dello scorso anno ho creato la musica per un’installazione curata dalla rivista specializzata Elle Decor. Non anticipo nulla sui tempi ma a breve usciranno dei pezzi per Hell Yeah. Dance assai meno furiosa, più balearica e ambient».

Dal vivo porterai le macchine per suonarle?
«Sì, sono convinto che il live deve avere la sua parte di imprevedibilità, di rischio, quella sbavatura che rende unico quello che stai facendo».

Stasera Blatta suonerà nella band del siracusano Stefano Alì al Coppola di Catania.

g.runza@sodaelettrica.it

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