L'intervista

Danilo Rea: «Ho scelto la libertà assoluta. E ne sono felice»

Il noto pianista jazz e il pianista classico Ramin Bahrami, con il concerto "Bach is in the air", mix d’improvvisazione su partiture originali di classica, domenica 19 agosto chiuderanno, all’ex Collegio dei gesuiti di Noto, il cartellone di Notomusica Festival

Il pianista jazz racconta la nascita del progetto che lo vede duettare con l'iraniano Ramin Baharami in un singolare concerto per due pianoforti incentrato sulla musica di Bach: «Bach è stato un compositore dalla grande apertura mentale e un grande improvvisatore». Da sempre Rea è stato trasversale nelle sue passioni musicali: «Al conservatorio ero il clone della mia insegnante. Poi ho scoperto il jazz»

Danilo Rea e Ramin Bahrami

Danilo Rea e Ramin Bahrami nel set fotografico di "Bach is in the air"

«Sulla nascita di questo progetto io e Ramin non siamo mai d'accordo: io ricordo che l'idea sia arrivata davanti a un piatto di amatriciana, lui di carbonara. In ogni caso eravamo a Roma, gli proposi di fare un mix d'improvvisazione su partiture originali di musica classica e lui ne fu subito entusiasta, suggerendo di lavorare sul repertorio di Johann Sebastian Bach». Il jazzista Danilo Rea racconta così la nascita del progetto che lo vede duettare con l'iraniano Ramin Baharami in un singolare concerto per due pianoforti incentrato sulla musica del grande compositore tedesco. Bach is in the air, questo il nome del tour (cui è seguito un disco pubblicato da Decca lo scorso anno) farà tappa domenica 19 agosto alle ore 21 al Collegio dei Gesuiti di Noto che chiuderà il cartellone di Notomusica festival.

Questa la locandina completa con gli undici brani in sequenza: 1° Aria BWV 988 (dalle Variazioni Goldberg), 2°  Jesus bleibet meine Freude BWV 147; 3°  Preludio in si minore BWV 855a (Bach – Siloti); 4°  Preludio in do maggiore BWV 846 (dal Clavicembalo ben temperato, Libro I); 5°  Aria sulla IV corda (dalla Suite no. 3 in re maggiore, BWV 1068); 6°  Minuetto in sol maggiore BWV 114 (dal Piccolo libro di Anna Magdalena Bach); 7°  Preludio in do minore BWV 847 (dal Clavicembalo ben temperato, Libro I); 8°  Sarabanda (dalla Suite inglese n. 3 in sol minore BWV 808); 9°  Sinfonia n. 11 in sol minore BWV 797; 10°  Siciliano (dalla Sonata per flauto in mi bemolle maggiore BWV 1031); 11°  Sarabanda (dalla Partita n. 1 in si minore BWV 1002).

Cosa rende unica questa vostra operazione? E in cosa il vostro approccio differisce da quelli utilizzati in passato?
«Bach è stato suonato tantissimo dai jazzisti poiché la precisione ritmica delle sue composizioni consente una rielaborazione del tempo in swing. Pertanto la maggior parte delle operazioni fatte finora ha seguito il criterio del ri-arrangiamento: in quartetto, come nel caso del Modern Jazz Quartet, o in trio, come fece il trio di Jacques Loussier. Nel nostro caso, invece, l'approccio è stato completamente diverso: Ramin Baharami suona le partiture originali e le mie improvvisazioni sono molto melodiche, ponendosi come un contrappunto nelle grandi finestre che il compositore ha lasciato, e che egli stesso utilizzava per improvvisare».

Danilo Rea e Ramin Bahrami

In alto e in basso Danilo Rea e Ramin Baharami durante il divertente set fotografico promozionale di "Bach is in the air"

danilo Rea e Ramin Bahrami

In questo senso, Bahrami ha affermato che «il più grande jazzista è Johann Sebastian Bach». Lei è d'accordo?
«Condivido il fatto che Bach fosse un compositore dalla grande apertura mentale. Tra i suoi brani ne figurano alcuni dalle costruzioni architettoniche incredibili e altri dalla melodicità estrema. Come musicista, poi, sappiamo che era anche un grande improvvisatore. Credo, tuttavia, che a definire ciò che chiamiamo jazz sia più che altro il ritmo dello swing proprio degli afroamericani. Si tratta di una cadenza ritmica tanto difficile per gli occidentali, poiché è l'opposto di quella che studiamo nella classica: i tempi forti diventano deboli e viceversa».

A che tipo di pubblico si rivolge un progetto così particolare come il vostro?
«Diciamo che ciò che ci piace di questa esperienza è il fatto di avvicinare la musica di Bach a un pubblico diverso, facendo sì che due mondi, quello della classica e del jazz, non siano così distanti. Gli spettatori, in ogni caso, sono sempre molto rispettosi e non capita mai un applauso in un momento inopportuno».

Oggigiorno vige un tentativo di rendere la musica classica sempre più “popular”. Lei che ne pensa?
«Diciamo che sta accadendo un fatto strano, per il quale la classica sta andando a caccia di personaggi. Sia chiaro, da un certo punto è sempre stato così, tuttavia oggi vigono il culto della bellezza e del tecnicismo. Molte pianiste sfoggiano la loro bellezza quasi quanto la loro bravura ed è come se la musica classica fosse entrata nello star system, con una logica in cui l'espressività non è data solo dall'esecuzione. Questo da un lato è un bene, ma dall'altro rendersi conto che su YouTube un concerto di Beethoven suonato da Horowitz registra 100mila visualizzazioni, mentre lo stesso interpretato da belle pianiste, che per quanto brave non hanno il feeling dei grandissimi del passato, ne conta milioni lascia perplessi. Nel jazz avviene qualcosa di simile con la ricerca del tecnicismo. Ci vorrebbero più vie di mezzo, magari guardando alla personalizzazione di ciò che si suona: Glenn Gould s'impose con il suo modo di suonare Bach o Beethoven e vinse con la sua idea. Mi auspicherei che tutti i musicisti, compresi i jazzisti, iniziassero a pensare con la propria testa».

A differenza del passato, il jazz oggi s'insegna nei conservatori. Quanto è necessaria per un giovane musicista la formazione accademica, e quanto la “gavetta” sul palcoscenico?
«Il jazz è una musica che va imparata sul luogo, un po' come fosse uno slang. Nei conservatori s’insegnano le regole di base, che sono comunque necessarie, ma a fare la differenza sono sempre il talento e la musicalità. I conservatori hanno aperto al jazz, così come alla musica popolare, perché vi vedono nuova linfa. Del resto, con le orchestre che chiudono e i sovvenzionamenti che vengono ridotti sempre più, un giovane che inizia a studiare classica vede diminuire le proprie prospettive lavorative giorno dopo giorno. Il jazz, da parte sua ha una parte importantissima nella musica degli ultimi cent'anni e credo sia doveroso studiare artisti come Bill Evans, Charlie Parker o Miles Davis al pari degli altri grandi della storia».

Il suo percorso professionale è quantomai variegato e spazia dalla collaborazione con i grandi jazzisti a quella con Gino Paoli, fino alle incursioni nel mondo della classica. Come si fa a essere così trasversali?
«Credo che tutto sia nato dall'amore per la curiosità. Da bambino impazzivo per Modugno e nel contempo la mia famiglia mi fece studiare la classica. Da adolescente ho vissuto con interesse il rock degli anni '70 e i grandi cantautori italiani. A un certo punto, scoperto il jazz, mi sono chiesto: perché un musicista non può improvvisare su tutto ciò che ama? Il vero problema di molti è che rifiutano qualsiasi altro tipo di musica. Si tratta di un'ortodossia che ha rischiato di affossare la classica dicendo: questa esecuzione può essere fatta solo in un modo. Dopo il diploma al conservatorio ero il clone della mia insegnante, suonavo esattamente come lei voleva lo facessi: successivamente la mia ricerca è stata verso la libertà assoluta. E oggi ne sono davvero felice».

giorgioromeo@sicilianpost.it

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