L'album

Le relazioni pericolose di Simona Norato

"Orde di brave figlie", secondo album da solista della cantautrice palermitana, ancora una volta prodotto da Cesare Basile. Un album declinato al femminile e dedicato alla libertà: «Difendo ogni diversità che è un punto di forza, l’omologazione è un punto di debolezza»

"Orde di brave figlie" è una sorta di spazio franco per la Norato, un vero manifesto politico al femminile, dove la nuova liberazione deve partire dall’impegno delle donne. L'album unisce alla sofisticatezza sonora, felice unione tra l’istintività del rock e il tribalismo dei ritmi popolari che portano in Africa, una forza comunicativa senza pari

Chiara Carrera e Simona Norato

A sinistra Chiara Carrera, a destra Simona Norato, nella foto di copertina, opera di Guido Gaudioso, dell'album "Orde di brave figlie" della Norato

Sono le atmosfere orientali ad accoglierci in “Un solo grande partito”, un Oriente da camera che permette alla versatile voce di Simona Norato di chiarire subito da che parte sta: il pensiero unico le sta proprio antipatico! Tre segnali fanno un indizio, Orde di brave figlie, uscito a fine settembre per Ala Bianca, secondo album solista della cantautrice palermitana, unisce alla sofisticatezza sonora, centrata sulla felice unione tra l’istintività del rock e il tribalismo dei ritmi ancestrali che portano in Africa, una forza comunicativa senza pari: la libertà è il tema di fondo, non è questa la novità, ma il come si conquista la libertà è il tema, sono le relazioni che partono dal tuo microcosmo dove la vita reale contro ogni finzione politica o sociale sarà l’arma vincente.

In Africa i musicisti sono quelli che collegano gli uomini con Dio, sono i più ascoltati nella tribù. Ed eccola Simona Norato, griot siciliana 2.0, che non suona la khora ma anch’ella è portatrice nomade di pensieri antichi. «E l’Africa è nella storia cromosomica di noi siciliani» aggiunge lei. Girovaga per scelta e per necessità, raminga di natura, negli ultimi tempi ho vissuto molto Milano e Bologna per collaborazioni future. «Ma casa mia è a Palermo dove torno sempre quando posso – confessa -. A dicembre vorrei tornare a casa per fare un paio di concerti in Sicilia, uno a Palermo ed uno a Catania».


Intanto il 18 ottobre, a Milano, Simona farà la prima presentazione dal vivo di Orde di brave figlie, che sarà seguito a novembre da una data romana: «A Milano suonerò in un teatrino delizioso che si chiama Campo teatrale, che per i concerti diventa Campo live. E’ il luogo perfetto per eseguire le mie canzoni che hanno bisogno di tanta intimità per loro natura e anche perché le suono da sola. Vorrei trasformarmi in una one woman orchestra, con una postazione tutta mia che somiglia ad un monolocale fatta di pedali, tastiere, loop e drum machine. Il mio desiderio, però, è quello di non essere sempre da sola e di invitare amici e amiche che suonano, bravi figli e brave figlie, ospiterò tante personalità che ho conosciuto in questi anni e che mi hanno segnato e sostenuto».

Simona Norato

Simona Norato fotografata da Guido Gaudioso

Simona è un buon trait d’union fra Palermo e Catania, vista la sua frequentazione del nucleo artistico che lavora stabilmente al Teatro Coppola occupato. Per non parlare del forte legame artistico con Cesare Basile che ha prodotto anche Orde di brave figlie così come era successo con il precedente La fine del mondo che segnò 3 anni fa l’esordio da solista. Forse è nella natura delle cose che Simona e Cesare lavorino insieme, lei che è stata anche una Caminante, un membro della formazione live del musicista catanese… «E’ nella natura delle cose che negli ultimi 4 anni abbiamo lavorato insieme. Io ho partecipato alle registrazioni degli ultimi due dischi di Basile, e abbiamo suonato dal vivo prima in tre – io, lui e Massimo Ferrarotto alla batteria -, poi in sei, ed è stato meraviglioso. Siamo arrivati fino al Primavera Sound di Barcellona, lo scorso giugno, e lì si è chiuso un cerchio per me. Ho scelto di uscire dalla band di Basile, voglio dedicarmi ora alle mie cose, ho il mio disco. A me piace molto l’apprendimento, e il suonare accanto ad un musicista più navigato di me, l’ho sempre messo al primo posto come urgenza. Adesso voglio dedicarmi ai miei “figli” musicali e poi sento sempre l’esigenza di cambiare famiglia musicale. Prima era Antonio Di Martino in Dimartino, poi Serena Ganci nelle Iotatola, poi Cesare Basile. Amo la diversità ed io la creo a livello artistico. Con Antonio ci sentiamo sempre, ci confrontiamo sempre sulle nostre cose nuove, siamo veramente “imparentati” e saremo sempre vicini. Le mie sono state famiglie musicali unite e allargate».

Cesare Basile e i Caminanti

Una delle ultime formazioni dei Caminanti di Cesare Basile: da sinistra Simona Norato, Massimo Ferrarotto, Roberta Gulisano, Basile, Sara Ardizzoni e Luca Recchia

Adesso è il turno anche delle “nipoti”, in senso ampio si intende, visto che la piccola Marta, figlia di Marcello Caudullo, storico chitarrista di Cesare Basile, presta la sua voce in “Questo universo spione” che chiude l’album. «Il brano non è affatto facile e lei a 12 anni si è presa i suoi appunti su un pezzo di carta ed ha elaborato il suo metodo ed è entrata con una interpretazione pazzesca. Io avevo pensato il brano intorno alla figura di mio padre, la sua interpretazione me l’ha fatta diventare il confronto fra la me adulta e la me bambina. E’ stata una sensazione molto forte. Se riuscirò a organizzare il concerto a fine anno al Coppola di Catania la invito certamente». Anche il concerto palermitano di presentazione del nuovo album dovrebbe tenersi in uno spazio di massimo libertà creativa. «Mi piacerebbe farlo dagli amici dello Spazio Franco, laboratorio di creazione contemporanea ai Cantieri culturali alla Zisa, spazio gestito da tanti amici attori. C’ero quando lo hanno inaugurato quest’anno, ci voglio tornare col mio concerto completo».

Iotatola

Simona Norato ai tempi delle Iotatola con Serena Ganci

Anche Orde di brave figlie è una sorta di spazio franco per la Norato, un vero manifesto politico al femminile, dove la nuova liberazione deve partire dall’impegno delle donne. A cominciare dalla copertina, dove Simona è fotografata da Guido Gaudioso abbracciata a Chiara Carrera in un artwork di Amedeo Perri chiamato proprio “Simona e Chiara”. «E’ un album declinato al femminile. Io e Chiara, abbracciate, mostriamo una relazione che, nonostante sia privata, può diventare “politica” e argomento di contestazione in molte case. E’ una difesa della diversità che può accadere anche quando un bravo figlio ha la pelle nera e invece di concentrarsi sull’amore per questo bravo figlio lo si fa sulla pelle di colore diverso. La diversità è una grande forza, l’omologazione, invece, è un grande punto di debolezza. Il periodo storico e politico mi ha portato a ragionare su queste cose che io ho vissuto sulla mia pelle. Io sono la prima a sentirmi di pelle nera, la mia grande libertà di pensiero spesso spaventava il pensiero borghese dominante. Ogni razzista è spaventato da qualcosa che non conosce. Io non voglio sbandierare slogan o creare fazioni che si oppongono, per me si tratta di farsi conoscere. La buona politica fa conoscere persone, uomini e donne, diversi fra loro. La conoscenza sconfigge la paura. Ecco la copertina è un pretesto per raccontare una diversità che fa di un bravo figlio o di una brava figlia qualcosa da temere.  Ecco il perché del titolo dell’album: l’orda fa pensare a qualcosa di selvaggio associato, però, ad una sorta di ossimoro, una brava figlia. Una orda di bravi figli che minacciano con le mani piene di benedizioni. E’ un’immagine che mi ha aiutato a scriverlo questo disco, forse mi ha pure costretto a farlo. Riflessioni che sono diventate canzoni».

Simona Norato

Simona Norato fotografata da Guido Gaudioso

Il disco stranamente comincia con un brano molto politico, Un solo grande partito ispirato da 1984 di George Orwell, un pezzo che poteva benissimo chiudere anche l’album sancendo il pensiero definitivo di Simona. «Visto che è un disco che parla di relazioni “pericolose”, volevo cominciare parlando della mia relazione con lo status quo. E da qualche anno mi torna plateale l’opera di Orwell perché la cronaca, le mosse politiche, il pensiero unico che stiamo vivendo mi riportano sempre più alle immagini di 1984. Allora ho usato impunemente i suoi slogan, la sua dialettica granitica, la sua distopia era profetica anche se io non amo le distopie, credo in una umanità che sta crescendo numericamente e fa figli, e prepara il nuovo mondo».
1984 di Orwell, figlio dei suoi tempi, rappresentava la paura che uno Stato potesse controllare tutto, attraverso un Grande Fratello. Oggi è diventato tutto più liquido, ed il potere pervasivo della Rete può diventare dittatoriale. Qual è, quindi, oggi il vero discrimine tra un concetto di “uno vale uno” libertario e la sua brutta copia populista che pur partendo da presupposti simili non persegue gli stessi obiettivi di libertà? Una volta il mostro dittatoriale era più facilmente individuabile, oggi si nasconde spesso in maniera subdola da difensore del popolo. Norato: «Oggi il potere ci ha dato una dose così mostruosa di amaro che finisce per non apparire neanche vero. Io non credo negli atti eroici, credo molto nel pensiero individuale che crea reti sotterranee di un pensiero d’avanguardia. Invece di urlare o linciare con un click, cosa che sui social avviene troppo spesso, credo molto nelle reti silenziose tra illuminati, nell’effetto butterfly, ovvero avere il proprio mondo sotto casa e prendere decisioni fondamentali nel proprio microcosmo, senza bisogno di unioni formali perché quando ti poni sotto lo stesso gagliardetto sei facilmente boicottabile».

Orde di brave figlie è veramente l’antitesi dell’urlo sguaiato dei social, è un album intimo, a tratti delicato, le tracce elettriche che la caratterizzavano in passato ora sono più attutite. Una scelta a metà strada tra il personale e l’indole artistica che si affaccia sulla musica. L’album vanta anche due brani strumentali, Orcaferone e Palastramu, tema originale quest’ultimo di Francesco Incandela impreziosito dalle linee vocali e dal pianoforte della Norato, due parentesi di puro chill out emotivo. «Gli strumentali li ho inseriti per sospendere l'ascolto delle parole anche perché io, fino ad ora, sono sempre partita dai testi. Un metodo che io voglio ora rivoluzionare nel mio modo di comporre. E non vedo l’ora. Può sembrare strano dirlo proprio adesso che ho un disco in promozione ma per me rappresenta un percorso già completato che adesso diventa del pubblico, la quinta parte dell’opera come diceva John Cage. Per me la musica è fatta di passaggi, di fasi, una cosa compiuta che diventa altra. Avrò input nuovi per godere di questo album sui palchi dal vivo perché io tendo sempre a cambiare gli arrangiamenti usati su disco. Dentro di me, però, so che ancora non ho trovato il mio vero linguaggio, mi sento un’artista in continuo divenire».

L’appetito vien mangiando e adesso non possiamo restare all’asciutto senza capire almeno lo spunto di base verso cui “viaggia” musicalmente Simona Norato: «Riascoltando Orde di brave figlie io sento che oggi lo scriverei in maniera diversa. Sono sicura che il prossimo lavoro sarà fatto da brano molto più lunghi e prolissi, ci sarà meno spazio per le parole, che saranno il cuore centrale del brano che poi si svilupperà in una sorta di suite, una rock opera». Secondo spunto da capire: la musicista palermitana privilegerà l’approccio scritto del progressive rock o quello d’istinto della jam? «Entrambe le cose. Io il prog non l’ho mai mollato, e quello italiano ha sempre espresso grandi artisti. Amo molto Bach che per me è stato un precursore del progressive rock e dell’elettronica stessa. Sarà uno studio matto sugli oscillatori. Negli Anni 50 erano un vanto italiano, lo studio Rai di Milano ne aveva ben 9 che oggi forse non esistono più. Io sono di formazione pianista, e in Orde di brave figlie il piano lo uso anche tanto, ma ora sento l’esigenza di “demolirlo”, di prapararlo per ottenere suoni nuovi, di filtrare il suo suono con una macchina, mi piace la commistione fra quello che è acustico e quello che è digitale. Un processo nato nel Novecento, quello di buttare i suoni reali dentro le macchine, senza il quale neanche il prog sarebbe mai esistito. Penso al Mellotron, il papà dei campionatori. Penso al gran lavoro di Robert Wyatt in Rock bottom. I musicisti hanno bisogno di tempo per capire se hanno qualcosa da dire e cosa ed io non sono una musicista del “sì ed ora”».

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