L'album

La doppia anima di Diana

Un po’ folk, un po’ dream pop, un po’ cantato in inglese, un po’ in italiano, "And you can’t build the night", album di esordio di Roberta Arena fa scoprire un mondo sognante. Notturno come il moniker scelto dalla giovane cantautrice: «La parte di me che preferisco»

Le nove tracce di "And you can’t build the night", Roberta Arena, in arte Diana, nove brani dall’anima folk e dream pop “vestiti” con una solida e convincente struttura elettronica, sono un debutto fresco e accattivante che conferma tutto il potenziale espresso dalla cantautrice siciliana sin dall’inizio della sua ancora giovane carriera solista

Roberta Arena in arte Diana

Roberta Arena in arte Diana

Con le nove tracce di And you can’t build the night, Roberta Arena, in arte Diana, ci porta alla scoperta di un mondo immaginifico e sognante. Nove brani dall’anima folk e dream pop “vestiti” con una solida e convincente struttura elettronica. Un debutto fresco e accattivante, quello appena pubblicato da Manita Dischi e presentato ai Candelai di Palermo lo scorso 5 ottobre, che conferma tutto il potenziale espresso dalla cantautrice siciliana sin dall’inizio della sua ancora giovane carriera solista. Una strada intrapresa dopo aver accumulato esperienze e partecipazioni in altri progetti musicali. «Il percorso è stato molto lungo e tortuoso - racconta Diana -. Tutto è iniziato quando ho composto il brano And you can’t build the night che non a caso dà il nome all’album. Inizialmente l’ho fatto un po’ per sfogo, per mettermi alla prova. Con questo brano ho vinto un contest e da lì ho capito che forse dovevo iniziare ad assecondarmi. Ho deciso però di farlo in maniera più professionale registrando in uno studio altri quattro brani per far uscire un ep».

Diana And You Can't build the night

La copertina del disco

Nel frattempo è arrivata la vittoria ad Arezzo Wave Sicilia e Diana ha cominciato a crederci veramente. «A quel punto volevo trasformare l’ep in un album, dato che avevo già altri pezzi pronti. Devo dire che è stato un crescendo e anche una trasformazione. Ho imparato a conoscermi, a conoscere la mia voce che non avevo mai utilizzato fino in fondo. Nel frattempo mi ha contattato un’etichetta, Manita Dischi, che mi ha aiutato molto, motivandomi e facendomi andare avanti. Insomma questo album contiene più di due anni e mezzo di vita, di mutazioni, di esperienze».
Genitori siciliani (papà catanese e mamma di Centuripe), Roberta ha vissuto i primi 16 anni della sua vita a Pietrasanta in provincia di Lucca, prima di trasferirsi a Nicolosi e poi a Palermo. «Inizialmente è stato un po’ drammatico, sia per lo stile di vita che per il dialetto, che non capivo, ma la musica mi ha sicuramente aiutato ad “integrarmi”. La Sicilia, che comunque per me ha delle affinità con la Toscana, porta in sé quel sentimento di sofferenza e bellezza che spesso evidenzio nelle mie canzoni, sia a livello testuale che musicale (almeno come sentimento). Credo fermamente che la Sicilia sia una terra che ispira gli artisti, non a caso molti hanno casa qui o si trasferiscono. Sicuramente i suoni e “il respiro” della mia musica richiamano realtà più internazionali, ma questo credo dipenda dagli ascolti fatti negli anni».

Diana

La scelta del percorso solista si muove di pari passo con quella di assumere un moniker. «Diana è il mio secondo nome - spiega - e devo dire che poi, andando a ricercare le varie figure mitologiche e non che si associano a lei, credo mi calzi a pennello. Non tanto perché dea della caccia, ma in quanto dea dei boschi e della Luna. Sono un’anima notturna. compongo spesso di notte. Credo che ognuno di noi abbia una doppia “anima”, Diana è sicuramente la parte di me che preferisco, che mi fa stare bene».


Nel disco si alternano brani cantati in italiano e altri in inglese, con esiti sempre efficaci. «Sto cercando di capire ancora qual è la mia strada - continua Diana - devo dire che solitamente scelgo la formula della “sincerità”. Se un brano mi viene in italiano lo butto giù così, se invece scrivo una musica e da lì sento di cantare il inglese lo faccio. Sono una purista dei sentimenti in tal senso. Non voglio obbligarmi a scrivere in italiano o in inglese. So che questa non è una scelta saggia, ma la musica per me non è stata mai un lavoro ma uno sfogo, una cosa che ho bisogno di fare e che nessuno mi obbliga a fare. Scrivere in italiano mi affascina molto, è sicuramente più difficile ma più appagante. I testi nascono dai sentimenti che vivo in prima persona o che assorbo dagli altri e che mi segnano. Sono testi inevitabilmente legati alla musica che ti trasporta in quella dimensione, in quella direzione».

gianlucasantisi@gmail.com

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