L'album

Valentina Casesa: «Nella musica cerco l’essenza»

La compositrice e pianista palermitana ha pubblicato con l’etichetta Almendra Music il nuovo disco in cui gli armonici del pianoforte incontrano echi di musica elettronica. Lo ha intitolato "KI", come l’ideogramma giapponese che racchiude il concetto di energia

Tra echi di classica ed elettronica, "Ki", il secondo album della pianista e compositrice palermitana prende spunto dall’arte marziale degli antichi samurai a cui si dedica da alcuni anni: «Non è qualcosa di tangibile, ma una forza vitale capace di unificare in cui ho sempre creduto»

Valentina Casesa

La pianista e compositrice palermitana Valentina Casesa, foto di Marcello Cangemi

Immersa a tutto tondo nella sua attività di pianista e compositrice, la palermitana trentaseienne Valentina Casesa, docente di pianoforte al Liceo musicale Regina Margherita di Palermo, si racconta. Soddisfatta del suo recente cd KI, prodotto da Gianluca Cangemi e Luca Rinaudo e registrato lo scorso aprile per la casa discografica Almendra Music (come il precedente Orior, con cui ha debuttato nel 2016) ne evidenzia l’approdo caratterizzato da molteplici sollecitazioni.

Dove ha intrapreso i suoi studi e con chi si è formata?
«Ho studiato al Conservatorio di Palermo dove mi sono diplomata in pianoforte col maestro Gaetano Giarrizzo e in composizione con Marco Betta e Barbara Rettagliati ai quali devo la mia formazione, ed ho conseguito anche il diploma di direzione corale. Poi ho proseguito perfezionandomi con Ennio Pastorino tra Reggio Emilia e l’Umbria, per il pianoforte, e con Dario De Rosa per la musica da camera col Trio di Trieste, sia a Siena che a Trieste. Ho frequentato anche varie masterclass come quella con Joaquin Achucarro all’Accademia Chigiana di Siena».

Valentina casesa Ki

La cover di "Ki" di Valentina Casesa

Qual è il suo punto di partenza nell’attività di compositrice?
«Il mio input è l’immaginario di un viaggio, un itinerario ricco di stimoli; non potrei comporre senza l’idea di un luogo, un sapore, un colore, un odore, insomma qualcosa che mi faccia trasferire quello che sento in musica a partire dalle mie visioni, lasciando all’ascoltatore la libertà di andare dove vuole, in base a ciò che sente dentro».

A proposito di ricezione, come pianista ha assimilato stilemi differenti nel corso degli studi. La sua musica lascia trapelare molte sollecitazioni, da certa sobrietà della scuola francese ad atmosfere estatiche alla Debussy, all’ispirazione minimalista per il reiterarsi di cellule melodiche. A parte la rielaborazione personale, cosa vuole fare emergere nelle sue composizioni?
«Certamente voglio dare una vibrazione più attuale da compositrice di questa epoca, senza creare delle classificazioni settoriali. Noi siamo in continua evoluzione, quindi ho chiesto ai curatori del disco di inserire delle voci di sottofondo, di un ambiente con riflessi armonici del pianoforte ed echi di musica elettronica per trasformare la musica da un percorso minimalista a un’altra ottica: per rendere l’idea è come ascoltare musica classica in macchina mentre siamo attorniati dalle voci della gente che passa e dai rumori della strada, o guardare una statua da diverse prospettive. Nel mio cd si giunge al pianoforte trattato insieme all’elettronica proprio per dare effetti di contemporaneità, merito della perizia elettronica di Luca Rinaudo, Giovanni Di Giandomenico e Danilo Romancino».

Da cosa deriva il titolo KI?
«Dalla pratica del KI Aikido, l’arte marziale degli antichi samurai giapponesi alla quale mi sono avvicinata in questi anni. Sulla copertina del cd c’è l’ideogramma, simbolo del KI, la cui essenza o parola chiave è energia, una forza vitale nella quale ho sempre creduto, capace di unificare le cose, negli scambi di energia tra oggetti, esseri umani e animali, di cui ho trovato un forte riscontro proprio in questa arte marziale. Il KI Aikido ( la cui guida nel mondo è Kenjiro Yoshigasaki) è un’arte che elabora altre arti molto antiche, come il Chi in Cina e il Pra- na in India , tradotte in Occidente come “energia intrinseca”, “respiro”, “forza vitale” o “energia centralizzata”. Non si tratta di qualcosa che è materialmente tangibile, ma di qualcosa che si percepisce, e anche nella musica cerco sempre di tirare fuori l’essenza, la ricerca del suono, da cui trapela anche un’atmosfera d’Oriente che mi hanno rilevato in tanti».

Velentina Casesa

La Casesa ritratta da Marcello Cangemi

Tra radici melodiche dell’Ottocento con agganci a Chopin e avanguardia novecentesca, nel suo ultimo lavoro troviamo i nomi di Ottorino Respighi, del greco Dimitri Nicolau e del giapponese Toru Takemitsu. Verso dove protende la musica contemporanea?
«Indubbiamente non possiamo nascondere quello che diventiamo col nostro percorso di vita, oltre che di studio. Io ad esempio ho assimilato, gustato e interpretato gli autori del passato che oramai fanno parte di me, quindi è innegabile attingere dal proprio bagaglio di conoscenze senza mai rinunciare però alla creatività. Ciò che conta è l’autenticità di ciascuno di noi, ci vuole il coraggio di essere se stessi, senza forzarsi, facendo emergere così la propria ricchezza che si innesta sulle origini di ciascuno di noi».

Con chi si esibisce oltre che da solista?
«Spesso tengo concerti col Trio Artè, composto dal violoncellista Giorgio Garofalo, dal violinista Mirko D’Anna e da me al pianoforte. Ho in programma di esibirmi live anche in un contesto di musica elettronica. In veste classica ho suonato una mia composizione per pianoforte e orchestra, intitolata Mushin, qualche mese fa alla Galleria d’arte moderna di Palermo».

Che rapporto ha col pubblico?
«Mi piace tanto parlare col pubblico per indirizzarlo il più possibile all’ascolto, con ragguagli sulle mie composizioni, sul quando e perché sono nate, e ho notato che questo aspetto è molto gradito. La comunicazione è più agevole in contesti non molto dispersivi, che preferisco in assoluto rispetto ai grandi ambienti».

Valentina Casesa

Valentina Casesa al pianoforte

Qual è l’aspetto più interessante di una compositrice come lei e di una compositrice donna in generale?
«Credo sia l’opportunità di trasformare la mia sensibilità in qualcosa di concreto. Da piccola ero molto emotiva, poi crescendo e in particolare adesso, ho scoperto che si tratta di una ricchezza. L’essere compositrice secondo me comporta la capacità di emozionarsi e di fare emozionare, se si riesce a far venire fuori tutta la propria sensibilità femminile».

Se dovesse scegliere un paese europeo o un altro continente per una tournèe concertistica, dove preferirebbe andare e cosa vorrebbe diffondere?
«Andrei sicuramente in Giappone, è una terra ricca di così profonde tradizioni e valori, ancora oggi perfettamente armonizzati con l'attuale stile di vita e con il continuo sguardo verso il progresso tecnologico. Mi troverei a mio agio suonando semplicemente un pianoforte, magari con la possibilità di interagire con musicisti del luogo, e insieme realizzare un ambiente musicale dalle sonorità uniche, con commistioni timbriche particolari, creando un ponte tra occidente ed oriente. Siamo ricercatori di noi stessi in un mondo dove ci si perde facilmente».

annaritafontana@virgilio.it

COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

LASCIA IL TUO COMMENTO

Condividi le tue opinioni su La Sicilia

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0