L'intervista

Alessio Bondì: «Canto la "negritudine" dei siciliani»

Il cantautore palermitano presenta il suo ultimo disco "Nivuru" domenica 23 dicembre al Retronoveau di Messina, giovedì 27 dicembre al Piccolo Teatro della città di Catania e il 2 gennaio al Teatro Biondo di Palermo

Il cantautore, che a gennaio porterà il dialetto siciliano all’Eurosonic Festival di Groningen, nelle date di presentazione di "Nivuru" a Messina, Catania e Palermo sarà accompagnato dal musicista Fabio Rizzo che ha prodotto il disco pubblicato da 800A Records

Alessio Bondì

Il cantautore palermitano Alessio Bondì

«Il nero è un colore evocativo che non trasmette gioia, ma contiene in sé tutti gli altri colori. Per me è diventato un simbolo, una metafora per descrivere tutto quello che non conosco, un addentrarmi nell’oscurità ben cosciente che è solo la mancanza di luce a nascondere i colori». Così Alessio Bondì, cantautore palermitano che, almeno momentaneamente, ha scelto il dialetto per esprimersi, parla di Nivuru, il suo nuovo disco prodotto da Fabio Rizzo pubblicato da 800A Records, che presenterà domenica 23 dicembre al Retronouveau di Messina, giovedì 27 dicembre al Piccolo Teatro della città di Catania nell’ambito della rassegna MIT - Musica Intrattenimento Teatro, e il 2 gennaio al Teatro Biondo di Palermo.

Alessio Bondì_Nivuru

Come hai declinato questo concetto di “nero” nel tuo disco?
«Attraverso le sonorità che sono un’immersione totale negli stimoli musicali che mi hanno catturato. Ho ascoltato molta musica black che non è solo R&B e soul, ma anche tutta la musica che deriva dal ceppo africano. Non si è trattato di una ricerca etnomusicologica, ma perché a un certo punto mi si è aperto davanti questo mondo e ho deciso di approfondirlo perché lo trovo molto vicino a quella che qualcuno definisce la “negritudine” dei siciliani. Uno dei primi a fare questo parallelo fu Alan Lomax, l’etnomusicologo americano che scoprì il blues andando a registrare i canti dei neri nei campi di cotone».


Per questo hai scelto il titolo Nivuru?
«Banalmente per i siciliani quella è la musica nivura che io ho voluto mettere anche nella parte testuale con grandi riferimenti alla sensualità e, nello stesso tempo, all’abisso, alla parte insondata dei sentimenti che albergano in ognuno di noi. La cifra di tante canzoni del disco è il passaggio dalla carnalità al cuore».

Quindi è giusto etichettare quest’album come “world music”?
«Sono costretto a farlo. La world music è un contenitore che aggrega suoni di tutto il mondo, quindi anche quella dialettale italiana. È un calderone gigantesco che ha elementi in cui mi ritrovo, però non voglio cristallizzarmi troppo nella definizione».

Il dialetto siciliano circoscrive molto, in assenza di traduzione, la comprensione dei testi. Perché hai fatto questa scelta?
«Non voglio rimarcarla perché potrei cambiare in futuro. In quest’occasione è diventata un’esigenza, mi sono chiuso dentro quest’idea e l’ho portata avanti anche se non so se continueranno a uscire parole, frasi e sentimenti in questa lingua».

Cosa ti portato a chiuderti in quest’idea?
«Fino a poco tempo fa non mi ero mai sentito un cittadino della mia città. A Palermo mi consideravo un alieno e, in un certo senso continuo a sentirmi così, tanto che sto per trasferirmi a Bologna. Penso che la bellezza del mio lavoro sia proprio non dover decidere dove mettere radici, anche se Palermo ormai è il mio buen ritiro, il posto dove studio e tengo libri e strumenti, il mio database di cultura».

È decisamente strano che tu abbia scelto la lingua di una città nella quale non ti sei mai sentito incluso…
«In effetti è strano anche per me. Dai 16 ai 22 anni ho scritto solo in inglese, il mio sogno era lasciare l’Italia, i miei miti musicali erano i grandi cantautori americani e le band inglesi. Infatti ho lasciato Palermo per andare a studiare teatro, che considero la forma d’arte che comprende tutte le altre, a Roma. Così ho compreso la mia identità perché per tutti gli altri ero il siciliano. A livello linguistico, poi, è stato traumatico confrontarmi con la mia idea di italiano e la lingua vera».

Hai fatto pace con la tua identità?
«In un certo senso sì, adesso mi piace essere un vessillo di sicilianità e del mio dialetto verso il quale il pregiudizio si è sviluppato nell’ultimo secolo in concomitanza con la mafia. Il fatto che il siciliano, e il palermitano in particolare, sia volgare, vinciusu, violento, è uno stereotipo perché tutto dipende da chi lo parla. Il dialetto di mio padre, per esempio, è incisivo ma nello stesso tempo dolcissimo».

Un dialetto che, dal 16 al 19 gennaio, porterai all’Eurosonic di Groningen.
«Sì e sono già molto emozionato. Sarò accompagnato dal mio gruppo, spero in sestetto così come saliremo sul palco al Piccolo Teatro della città di Catania con basso, batteria, sax, tromba e due chitarre, la mia e quella di Fabio Rizzo».

Qualcuno ha parlato di te come una via di mezzo tra Rosa Balistreri e Jeff Buckley. Ti ritrovi in questa definizione?
«È stato il giornalista de Il Tempo, Stefano Mannucci, a etichettarmi così in una serata in cui mi ha invitato a suonare Sfardo, il pezzo che ha dato il titolo al primo disco, e mi si è raggelato il sangue nelle vene. Ma sono due mostri sacri e non posso che esserne lusingato».

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