Musica&teatro

Mario Monterosso, c’era una volta in America

Nella sua Catania ha debuttato con "Fui e sono Eddie Redmount", spettacolo musical-teatrale, con la regia di Greg, imperniato sul musicista catanese, da due anni trapiantato a Memphis: «Eddie Redmount sono io, incarna le “radici americane” che vivono in me»

In "Fui e sono Eddie Redmount", andato in scena al Must Musco Teatro della città etnea, l'alter ego a stelle e strisce di Monterosso, a suon di swing, tra echi personali e romanzati, narra la voglia di musica di un siciliano che nel 1944 arriva negli States. In scena con la Redmount Orchestra, fantasisti e ballerini

Mario Monterosso e Redmount orchestra

Mario Monterosso, al centro con la chitarra, e la Redmount Orchestra

Un’anteprima c’era stata a novembre nel capitolino Conventicola degli Ultramoderni, club retrò dell’amica Maria Freitas, che ne aveva condiviso la messinscena di quel primo esperimento. «Avevo voluto testare la valenza del progetto, il giusto equilibrio fra parlato e musica, ed ha funzionato, anche se nell’ambito piccolo di quel locale». E' nato così Fui e sono Eddie Redmount, che rappresenta la svolta “teatrale” del musicista catanese Mario Monterosso, rocker sin dai tempi della Catania rock Anni 80 quando faceva parte della band rockabilly Rhino Rockers, e poi passato attraverso mille progetti, compreso il tour blues del 2004 di Carmen Consoli. Lo spettacolo nella versione rinnovata, grazie anche alla regia di Claudio “Greg” Gregori, del noto duo comico Lillo e Greg, ha debuttato lo scorso 16 marzo al Must Musco Teatro di Catania, diretto da Giuseppe Dipasquale. «Quando Greg lo ha visto – aggiunge Monterosso - mi ha subito proposto di curarla lui la regia».

Fui e sono Eddie Redmount

Un momento di "Fui e sono Eddie Redmount"

Dopo la prima di Catania lo spettacolo rinnovato tornerà a Roma e poi andrà in tour con gli otto elementi della Redmount Orchestra (con Monterosso, Frankie D’Agnolo pianoforte e fisarmonica, Fly Pasquetto steel guitar e mandolino, Light Palone contrabbasso, Lonnie Francocci batteria, Mel Sacco sassofono tenore, Fab D’Alisera sassofono baritono, Rollo Caporilli tromba), il corpo di ballo dei Sicilians Jumpin’ Jive, la danzatrice Cristina Insolia e la partecipazione della performer e scenografa Maria Freitas in arte Madame de Freitas. In "Fui e sono Eddie Redmount" Monterosso racconta in prima persona la storia del suo alias Eddie Redmount, appassionato musicista e figlio di pescatore, che decide di emigrare negli Usa in cerca di fortuna. Lo spettacolo ripercorre le tappe della sua avventura fra i due mondi: la partenza dalla Sicilia con il ferryboat, la fatica del viaggio verso il nuovo mondo, il sogno di iniziare una nuova vita, l’incontro con Frank Sinatra, l’amore per Carmelina, figlia di un boss della mala di Coney Iland, la memoria della sua terra e l'epilogo finale.

Fui e sono Redmount

Monterosso, la Redmount Orchestra e Greg

All’inizio ci fu l’idea di un disco, scelta naturale per un uomo di musica. «Due anni fa ho inciso i brani ma ho tenuto fermo il progetto perché cercavo la formula giusta – racconta Monterosso -. All’inizio non avevo in testa un concept, poi arrivato a quattro, cinque brani ho voluto costruirci una storia attorno. E così è nato l’album fatto di 12 canzoni, 11 originali più la cover di “Just because”, brano del 1935 degli Shelton Brothers, rifatto anche da Elvis. Ovviamente Eddie Redmount sono io, Edoardo è il mio terzo nome, incarna le “radici americane” che da sempre vivono in me. Sono io con la mia vita trasportato, però, in maniera romanzata, negli Anni 40. La storia si sviluppa tra il 1944 e il 1954, la colonna sonora, infatti, è puro swing, c’è molto l’influenza di Louis Prima, e altre cose. Il rock’n’roll lo si percepisce solo negli ultimi brani».

Fui e sono Eddie Redmount

Il racconto di Fui e sono Eddie Redmount parte con un flashback dove Monterosso, uomo di musica, diventa uomo di parola, coadiuvato da inserti audio. «Qui si vede la mano registica di Greg, lui grande appassionato di materia italo-americana a 360°. E una volta che sarà con noi al Musco non potevo non farlo salire sul palco per suonare: dopo lo spettacolo, infatti, seguirà un live di un’oretta dove io, l’orchestra e Greg suoneremo blues, rock’n’roll e brani di Louis Prima».
Come accennato Eddie Redmount è l’anello di congiunzione tra Sicilia e America che convive da sempre con Mario Bruno Edoardo Monterosso, classe 1972, ex impiegato al tribunale che, alla certezza di un lavoro e di un reddito, ha preferito la ricerca del suo personale “sogno americano” legato alla musica. Due anni fa Mario, per impeto d’arte e voglia di scommettersi, si è trasferito a Memphis, la città dove Elvis incise il primo disco. Trasferirsi negli Usa a 44 anni comporta, ovviamente, una prospettiva diversa rispetto alla scelta fatta a 20 anni: «Vivi le cose con più forza. In questi due anni sono successe tante belle cose».

Memphis è certamente il lato più a misura d’uomo dell’America, non è hype come New York, non è glamour come Los Angeles. «Quando con Tav Falco nel 2015 ho fatto un tour coast to coast, da New York alla California, ho visto città bellissime ma a Memphis ho sentito subito un’altra aria. Quando un nero prende anche una chitarraccia e comincia a suonare blues, ne percepisci la carica emotiva, lo capisci che non è una semplice questione di note. Questa è gente che di una tragedia storica e sociale ha fatto una forma d’arte. E poi quando passi davanti alla Sun Records (l’etichetta del rock’n’roll degli albori ndr), o quando attraversi il Missisippi per andare in Arkansas, o quando guidi lungo la Highway 61 (quella che Bob Dylan immortalò in un celebre album nda) che va a Sud, sono cose che ti entrano dentro. Adesso quando suono quella musica ho con me le immagini, i profumi, i colori giusti».

Monterosso e Tav Falco

Monterosso con Tav Falco

Tav Falco, a parte, tra i principali partner musicali di Monterosso in America c’è da un anno Dale Watson, musicista country di Austin, Texas, organizzatore degli Ameripolitan Awards, premio rivolto ai musicisti di Western swing, honky-tonk, rockabilly e country “fuorilegge”. «Ho fatto già tre tour con la sua band, ed ho suonato nell’orchestra del premio, lì ho avuto a che fare con i batteristi di leggende come Carl Perkins e Jerry Lee Lewis». E nonostante ormai Memphis sia entrata nel sangue del musicista catanese, anche negli States il nostro resta per tutti Mario Monterosso: «Mi piace portare avanti la mia italianità».

Caso volle che Memphis sia stata scelta da un’altra musicista catanese per registrare nei mesi scorsi il suo nuovo disco, la giovane blues e country girl Roberta Finocchiaro spalleggiata dalla produttrice Simona Virlinzi. «A Simona ho fatto conoscere il batterista Stephen Chopek, che suona con me, uno dei primi batteristi di John Mayer, uno dei miti di Roberta».
In questo feedback continuo tra la Sicilia e l’America è nata la compilation Rockin’ in Memphis, che Monterosso ha registrato ai Sun Studios con i Don Diego Trio, capitanati dal nisseno Diego Geraci (Monterosso aveva prodotto nel 2017 il loro Greetings from Austin), Greg e il romano Antonio Sorgentone. «Abbiamo registrato due brani a testa, una strana compilation italiana nata all’interno della Sun Records. E per la compilation ho coinvolto Gena Haley, figlia di Bill (quello di Rock around the clock nda). Il disco dovrebbe uscire prima dell’estate. I miei due brani Rockin’ in Memphis e I gotta money in my pocket li farò uscire anche come 45 giri: per me si è realizzato un sogno, avere un disco mio col marchio Sun».

Mario Monterosso Sun Studios

Mario Monterosso ai Sun Studios con Gena Haley e Greg

gianninicolacaracoglia@gmail.com

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