La recensione

Michael come Cucchi, un uomo non può morire per così poco

Ha commosso il pubblico la pièce Studio su “Storia di un oblio”,  tratta dall’omonimo monologo di Laurent Mauvignier, in scena a Catania fino al 1° luglio per la rassegna Altrove. Unico protagonista Vincenzo Pirrotta, diretto dal sempre convincente Roberto Andò

Una storia semplice, eppur straziante, realmente accaduta in Francia, anima l’intero spettacolo: un uomo, Michael Blaise, muore di percosse dopo essere stato arrestato per aver rubato una birra. Pietas e indignazione serpeggiano tra il pubblico attonito e straziato anch’esso. Fino a quando Pirrotta non mostra la foto martoriata di un dibattuto caso italiano di sevizie da parte di poliziotti, quella di Stefano Cucchi

Vincenzo Pirrotta in Studio su "Studio in oblio"

Vincenzo Pirrotta in Studio su "Studio in oblio"

Ormai, per fortuna di noi tutti, il teatro civile è diventato di casa al Teatro Stabile di Catania. Sì, perché c’è proprio bisogno di spettacoli che ci aiutino a riflettere e a indagare senza pregiudizi sui piccoli drammi della nostra folle quotidianità. Giunge così estremamente gradita la piece Studio su “Storia di un oblio”,  tratta dall’omonimo monologo dello scrittore francese Laurent Mauvignier, in scena dal 19 giugno al 1 luglio per la rassegna Altrove, dedicata alla nuova drammaturgia e allestita per l’occasione nella monumentale Chiesa di San Nicolò l’Arena. Unico attore protagonista il nostro amato Vincenzo Pirrotta, diretto dal sempre convincente Roberto Andò.

Una storia semplice, eppur straziante, realmente accaduta in Francia, anima l’intero spettacolo: un uomo, Michael Blaise, 25 anni, si aggira nel centro commerciale Part Dieu, al numero 18 di rue du Docteur Bouchot, a Lione. Entra nell’ipermercato Carrefour. È un pomeriggio di fine dicembre 2009, tra Natale e Capodanno. Colto da un’improvvisa sete, ruba una lattina di birra e viene bloccato da quattro addetti alla sicurezza che lo trascinano nel magazzino e lo ammazzano di botte.

«Un uomo non può morire per così poco, che non è giusto morire per una lattina di birra che uno ha tenuto in mano troppo a lungo». Da questa incisiva frase ha avvio lo spettacolo che da subito evita qualsiasi riferimento esplicito all’omicidio lionese, così che la tragedia dell’ipermercato francese possa essere una tragedia di ogni luogo e ogni tempo.

Vincenzo Pirrotta interpreta meravigliosamente questo povero disgraziato, destinato a una fine insensata, con la sua fisicità spontanea e sempre straripante e una padronanza ormai assoluta della tecnica vocale e mimica (splendide le modulazioni dall’arrabbiato al disperato fino alla dolente rassegnazione), dimostrando di avere raggiunto la piena maturazione di uomo e di artista. Complice l’incantevole scenario della Chiesa, gli spettatori trattengono il fiato, immergendosi completamente nel dramma del personaggio, mentre la voce narrante continua a rivolgersi all’ipotetico fratello della vittima, dicendogli parole strazianti: «Dovrai invecchiare per due, è così, dovrai prenderti cura di te stesso come non ha saputo fare lui».

La sobria regia di Roberto Andò fa il resto, isolando sullo sfondo buio un corpo forte e apparentemente invincibile, vagante non a caso in un centro commerciale, simbolo di una umanità infelice e spersonalizzata, che verrà ridotto in un ammasso di sangue e nervi dilaniati.

Pietas e indignazione serpeggiano tra il pubblico attonito e straziato anch’esso. Fino a quando Pirrotta non mostra la foto martoriata di un dibattuto caso italiano di sevizie da parte di poliziotti, quella di Stefano Cucchi. E da quell’immagine, come da quella del povero Michael Blaise, sembra levarsi una voce: “Io valgo, valevo, una vita deve valere un po’ più di una birra, un pacco da sei? da dodici? da ventiquattro birre, no, che dici? è troppo?”.

Una lattina di birra accartocciata. Metafora dolente di una vita umana. Stop. Si accendono le luci. Gli spettatori si riscuotono. La catarsi è compiuta. Mai dimenticare di essere uomini. Applausi lunghi e meritati. Bel teatro civile, grande attore, straziante storia. Adesso è tempo di riflettere su questo canto funebre, capace di incantarci al pari del migliore teatro classico.

silvalaporta@tiscali.it

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