La recensione

Come dentro un film, a Sperlinga si scompaginano le carte della scena

Una messa in scena coraggiosa, ardita, quella curata da  Nicola Alberto Orofino di "Ippolito" di Euripide per il cartellone di Teatro in fortezza. Una messa in scena con Silvio Laviano e Egle Doria, Luana Toscano e Gianmarco Arcadipane, che spiazza gli spettatori

Lo spiazzante effetto iniziale dell'Ippolito di Euripide, riletto da Nicola Alberto Orofino, è stato profondamente cinematografico: i personaggi sembravano muoversi su uno schermo, senza una vera relazione col tempo e lo spazio reale della rappresentazione. Poi dall’effetto cinematografico, in un piacevole continuum, si è arrivati al teatro più puro e vero, intimo e profondamente fisico

Silvio Laviano, Luana Toscano e Egle Doria in "Ippolito" di Euripide

Silvio Laviano, Luana Toscano e Egle Doria in "Ippolito" di Euripide con la regia di Nicola Alberto Orofino, foto di Sebastiano Porrello

E’ stata una piacevolissima sorpresa l’Ippolito di Euripide andato in scena il 14 luglio in prima nazionale al Castello di Sperlinga, nell’ambito della rassegna Teatro in fortezza, per la direzione artistica di Silvio Laviano ed Egle Doria.

Una messa in scena coraggiosa, ardita, quella curata da  Nicola Alberto Orofino, coadiuvato da Gabriella Caltabiano con le scene e i costumi di Vincenzo La Mendola, che ha spiazzato gli spettatori fin dal primo momento, strizzando l’occhio al pubblico e chiamandolo a un’attenzione partecipe: ma dove vuole condurci mai l’azione?, questa la domanda che si leggeva sui volti degli increduli spettatori, già sorpresi, appena entrati nell’incantevole scenario del castello di Sperlinga, un piccolo angolo di paradiso di Sicilia, dal trovarsi dinanzi a uno spettacolo in progress, con uno scintillante Silvio Laviano, (sullo sfondo di un’America della fine degli anni ’50, l’America di Eisenhower, bigotta e omertosa, razzista e maschilista) acrobatico danzatore su indimenticabili brani del Trio Lescano: “Parlano d'amore i tuli,tuli, tuli, tulipan, deliziosi, al cuore tutti i sogni miei ti giungeran…”

Un inizio travolgente che nulla lasciava apparentemente presagire del significato profondo e problematico dramma euripideo: una provocante Afrodite, in abito rosso conturbante, interpretata con decisione dalla sempre brava Luana Toscano (straordinaria anche nel ruolo della nutrice) a dominar il palcoscenico, sfrontata, sboccata e volgare quanto bastava a indicare la profonda dialettica sottesa alla tragedia classica: l’eterno antagonismo tra razionale e irrazionale, un conflitto insolubile che determinerà il dramma conclusivo.

Eppure l’effetto iniziale, appunto spiazzante, con il volontario fine di rompere l’orizzonte d’attesa degli spettatori, è stato profondamente cinematografico, complice il perfetto gioco di luci, la sapiente scelta delle musiche e le scene di sapore retrò: i personaggi sembravano muoversi su uno schermo, senza una vera relazione col tempo e lo spazio reale della rappresentazione.

Poi dall’effetto cinematografico, in un piacevole e sorprendente continuum, si è arrivati al teatro più puro e vero, intimo e profondamente fisico: allora Silvio Laviano, vero factotum, capace di mutare registri e toni con grande maestria sia nel ruolo del coro sia in quello di Teseo, ha dominato la scena, fino a raggiungere accenti dolenti nel dialogo conclusivo col figlio Ippolito, interpretato con grande icasticità dal giovane promettente Gianmarco Arcadipane. A fargli da significativo contraltare Egle Doria, nei panni di Fedra, sempre attenta a una precisa gestualità e a restituire alla donna malata d’amore quella carnalità che in Euripide la contrappone alla algida castità del figliastro.

Ippolito conm Silvio Laviano e Gianmarco Arcadipane

Silvio Laviano e Gianmarco Arcadipane, foto di Sebastiano Porrello

Allora sì che gli attori hanno realizzato pienamente l’hic et nunc, il “qui e ora” che costituisce la più emozionante avventura dell’esperienza teatrale.

Straordinaria la conclusione con un progresso di scene una più bella dell’altra: l’impiccagione di Fedra resta nella memoria, fissata da un icastico gioco di luci, e l’apparizione di Artemide, (ancora Egle Doria) deus ex machina, in uno splendido abito nero, che si allontana a braccetto di Afrodite, facendosi beffe degli uomini e delle loro passioni travolgenti, chiude una pièce vivace, originale, ardita, capace di fare dialogare in modo fecondo forme di espressione artistica tanto diverse come il teatro e il cinema e che, ne siamo certi, riscuoterà grande successo ancora.

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