L'intervista

Eduardo Saitta: «Ho raccolto l’eredità (ingombrante) di mio padre»

«Ingombrante perché ricca e piena di responsabiltà». Parla l’attore catanese, “erede” della compagnia teatrale fondata nel 1967 dal padre Salvo. Nel suo one-man-show "Andiamo a governare" porta avanti un genere che si discosta dalla tradizione di famiglia

L'esordio a 12 anni con Lamberto Puggelli in "La colonna" di Pirandello, poi la lunga gavetta al fianco del padre Salvo, fondatore della compagnia dei Saitta: «Il teatro da "gioco" è diventato lavoro». Oggi, a "quasi" 40 anni, per Eduardo Saitta l'impegno di essere di essere il nuovo capo della compagnia: «Mio padre mi ha lasciato al timone della compagnia in maniera intelligente, mettendosi quasi da parte»

Eduardo Saitta

Eduardo Saitta

«Fare teatro è stato naturale, sebbene il mio ingresso in questo mondo è stato “pesante”: avevo 12 anni, eravamo al Piscator e mio padre provava Uno, nessuno e centomila. Entrò Aldo Toscano, il quale ci informò che cercavano un ragazzino per La nuova colonia di Pirandellocon la regia di Lamberto Puggelli. Dopo 20 giorni di provini, Puggelli mi scelse per quel ruolo. Le prove estenuanti di ogni giorno non mi pesavano, anzi mi piacevano. Il teatro da “gioco” è diventato il mio lavoro, con tutte le sue difficoltà ma, secondo me, non c’è un lavoro senza problemi. Il palcoscenico va vissuto, solo dopo si capisce il proprio ruolo».
La voce di Eduardo Saitta è ritmica e intervallata da brevi pause, come se, riavvolgendo il nastro dei ricordi, vedesse proiettate di fronte a sé le stesse scene che spesso descrive con minuzia di particolari al pubblico da quando era poco più che un bambino. Attualmente Eduardo, che da qualche anno ha ereditato la storica compagnia teatrale catanese fondata nel 1967 dal padre Salvo, è impegnato nella rifinitura del suo ultimo spettacolo Andiamo a governare, che il 21 luglio ha debuttato a Palazzolo Acreide e che il 27 luglio replicherà nel piazzale Teatro Antidoto di Gela e sabato 28 luglio al Parco Anselmi di Nicolosi. «Lo spettacolo (che sarà messo in scena il 5 agosto all’Arena Giardino di Santa Croce Camerina, il 12 alla scuola Botta di Cefalù e l’8 settembre alla Villa Ambrosini di Favara) è un’evoluzione di Uno, nessuno e centomila followers - dice Saitta jr. - andato in scena l’anno scorso, e tocca temi a noi cari: dalla politica al lavoro, tentando di allargare gli orizzonti».

Eduardo Saitta

Eduardo Saitta in scena

Andiamo a governare è un titolo di per sé esaustivo…
«È molto “ruffiano” e l’ho accompagnato ad una vignetta che mi ritrae sopra un trattore, e che prende dichiaratamente spunto dalla canzone Andiamo a comandare di Rovazzi. “Governare”, dunque, è un suggerimento ampio, così come lo spettacolo, in cui non manca la satira che tocca i politici nella fase di pre-elezione, e che a me diverte molto. Lo spettacolo è accompagnato da immagini buffe: ho raccolto una serie di fac simili con slogan e foto eccezionali, quasi incredibili, che porterò in scena».

Quindi c’è parecchia satira nel suo spettacolo.
«A 360 gradi, ma non mi dimentico del teatro, cioè delle mie radici: in mezzo allo spettacolo ci sono alcuni brani dedicati al teatro».

Poiché siamo in argomento, cosa pensa dell’attuale scenario politico?
«Ho quasi 40 anni e, da che ho memoria, i “farò” della campagna elettorale di un politico sono sempre uguali, e il post di ciascuno cambia davvero poco. La politica si rinnova automaticamente in base alla richiesta della gente. È come se quest’ultima suggerisse al politico come farsi prendere in giro: una volta richiedeva che le promesse fossero mantenute, ora vuole solo avere voce».

Eduardo, è arrivato alla soglia dei quarant’anni, ma da circa ventotto fa teatro nella compagnia di suo padre. Ha ereditato un bagaglio importante, è stato mai ingombrante?
«I bagagli sono sempre ingombranti, è la dimensione che fa la differenza: in uno piccolo si porta l’essenziale, il poco per sopravvivere, e a volte non basta. L’“eredità” che invece mi ha lasciato mio padre (fortunatamente ancora in vita e in piena attività) è molto ricca, e come tale è ingombrante: dentro c’è tanta responsabilità. Mi ha lasciato al timone della compagnia in maniera intelligente, mettendosi quasi da parte. Non è facile che un uomo a 65 anni (tanti ne aveva allora) decida di dare spazio ai figli. Non è da tutti».

Salvo e Eduardo Saitta

Di padre in figlio, Salvo e Eduardo Saitta

Viene spontaneo fare un parallelismo con l’attuale mondo del lavoro, in cui lo spazio per i giovani è sempre meno e, a volte, inesistente.
«Il governo ha le proprie colpe se i grandi non lasciano spazio ai giovani: nel settore pubblico si alza sempre più l’età pensionabile; nel privato, invece, si tende a non mollare ciò che si è costruito, pensando che un giovane sia inadatto per via della sua inesperienza. Ma da qualche parte si deve pure cominciare».

Anche qui sarebbe meglio “andare a governare”…
«Dobbiamo cercare di capire quali sono gli intoppi del sistema. Io provo a fare riflettere il pubblico simpaticamente, senza appesantirlo troppo perché già ne ha abbastanza».

Il suo è un teatro “brillante”, che si discosta dalla tradizione dei Saitta...
«Sì, questo genere di spettacoli, che si discostano nettamente dal teatro di prosa, sono più che altro conversazioni con il pubblico. Infatti, quando mi chiedono quanto duri uno spettacolo, non so dare una risposta secca. Di certo, non meno di 90 minuti. Il pubblico ha voglia di rivedersi e rispecchiarsi nei dialoghi, e ridere di sé stesso. Lo spettacolo è, dunque, una sorta di one man show: per me, la sera dello spettacolo non c’è un copione vero e proprio da seguire. Esiste chiaramente, ma poi si evolve in base all’umore e all’esigenza del pubblico, che è una spugna eccezionale: assorbe, ma allo stesso tempo ricompensa».

Qual è stata la durata massima di una sua messa in scena?
«Due ore e quindici minuti: eravamo in una edizione di Risate a viso scoperto del 2008, a Gravina. Il pubblico non smetteva di applaudire. Un altro si sarebbe preso quindici minuti di applausi, ma io ho preferito raccontare alcuni aneddoti della mia vita e la gente stentava a credere che fossero cose realmente accadute. Quando si è un personaggio pubblico, si crea una sorta di parentela con gli spettatori».

Qual è il momento più difficile di uno spettacolo?
«Quando si è sicuri di ciò che si fa, non c’è un momento difficile. Forse è difficile farsi seguire, ma se così non fosse, sarebbe difficile proseguire questo mestiere».

E quale è la parte più entusiasmante e gratificante?
«Ce ne sono tante, dalla preparazione alla stizza della pre-apertura dei cancelli fino a quando, in scena, ci si accorge che tutto ciò che si è pensato sta funzionando, ed è recepito dal pubblico che risponde immediato nelle risate e negli applausi».

Forse è stato “facile” avere successo col suo cognome?
«No, perché la strada me la sono fatta da solo. Quando si fa teatro nun c’ha poi nbrugghiari: il palcoscenico restituisce sempre la verità. Molti credono che fare bene il teatro è solo sapere recitare, ma un attore deve trasmettere emozioni. Ciò che parla sono il cuore e gli occhi, il pubblico deve vibrare con te. È lui che consacra il successo o l’insuccesso. Per stare sopra un palcoscenico bisogna avere un po’ di onestà intellettuale».

La prossima stagione?
«Sarà al Teatro Musco di Catania. Intanto godiamoci le repliche di "Andiamo a governare...", a Gela, Nicolosi, che considero casa nostra, Santa Croce Camerina, cefalù e Favara».

pierangelacannone88@gmail.com

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