L'intervista

Nicola Alberto Orofino. I mille dubbi del melomane al servizio della scena

L'ultimo lavoro del regista catanese è "68 punto e basta", in scena a Le Ciminiere di Catania fino a domenica 7 ottobre, riflessioni sulle rivoluzioni mai raggiunte dalla città etnea

In questo momento la sua firma teatrale è un marchio di fabbrica di ricerca e innovazione. I classici e la lirica sono le sue grandi passioni, e il dubbio è la guida del regista catanese: «Così non rischio di prendermi troppo sul serio»

Nicola Alberto Orofino

Il regista Nicola Alberto Orofino

Come le ciliegie. Un successo tira l’altro. Dal folgorante esordio nella regia con Il libertino di Erich Schmitt al Piccolo Teatro di Catania nel 2010, il trentottenne catanese Nicola Alberto Orofino continua a sorprendere e a raccogliere l’unanime consenso del pubblico e della critica. Una marcia inarrestabile al passo di quattro, cinque spettacoli l’anno, con allestimenti che si distinguono per visionarietà di sguardo, linguaggio innovativo e intensità emotiva, e che oggi lo pongono tra i più acclamati registi della sua generazione, una sorta di “re Mida” dal tocco magico. Schivo per natura, pacato e sornione, non ama le mode e sotto i riflettori preferisce metterci gli attori, mentre il successo pare averlo lasciato con i piedi ben piantati per terra.
«La mia guida è il dubbio, mi interrogo continuamente - dichiara -. Così non rischio di prendermi troppo sul serio e assecondo i miei cambiamenti interiori, cui corrispondono modi differenti di esprimermi. Oggi tendo sempre più alla semplicità».

Nicola Alberto orofino con Silvio Laviano

Nicola Alberto Orofino con Silvio Laviano foto Gianluigi Primaverile


Da Il gabbiano di Cechov al Giulio Cesare di Shakespeare, a Virginedda addurata da Giuseppina Torregrossa, passando per La bottega del caffè di Goldoni, Sugnu o non sugnu da Shakespeare, Glam City di Domenico Trischitta, Aquiloni, Le Troiane. Canto di femmine migranti da Euripide, fino a Ippolito di Euripide e a 68 punto e basta (una riflessione quest’ultima su come Catania visse gli anni della “rivoluzione” mai raggiunta, spettacolo ancora in replica da stasera a domenica alle Ciminiere per la rassegna Altrove dello Stabile etneo), Orofino lascia il segno e non delude i suoi spettatori, a Catania, come a Sperlinga, come a Milano. In molti lo considerano un “genio”, mentre alcuni detrattori gli rimproverano di produrre a un ritmo forsennato. Ma lui, nel consueto understatement, si giustifica che «Fosse per me, farei massimo due spettacoli l’anno. Però c’è bisogno di lavorare e il momento non è proprio di quelli più favorevoli per il teatro e in generale per l’arte». Salvo poi ad aggiungere che «gli spettacoli nascono perché assecondano una mia urgenza, scaturiscono da riflessioni sulla realtà, dalla necessità di far parlare i classici alla vita dei contemporanei, e in generale dal desiderio di esprimermi e coltivare nel senso più profondo le relazioni umane. E non potrei farlo meglio di come mi riesce a teatro».

Il cast di 68 punto e basta

Il cast di 68 punto e basta foto di Antonio Parrinello


Tutto per lui ha inizio dai giochi dell’infanzia: numerosi mangiadischi anni ’70 e un pinocchio disarticolato che il piccolo Nicola Alberto, già divoratore compulsivo di musica, faceva ballare. E la scacchiera del papà che all’occorrenza si trasformava in palcoscenico su cui far piroettare sagome e pupazzi. «Già da bambino mostravo un’inclinazione per la scena. Decisiva fu, per la nascita della mia grande passione per la lirica, la visione della Bohème a soli 6 anni».
Poi gli studi universitari, considerati un po’ noiosi, e la ricerca di una scuola di teatro: «Volevo che fosse la migliore, perché ero convinto che in questo ambiente o si punta molto in alto o è meglio rinunciarci».
Alla Paolo Grassi del Piccolo di Milano, Orofino approda a 19 anni nel 1999 dopo un provino in cui gli viene chiesto di mimare l’attraversamento di un guado e in cui lui si propone nel ruolo di “basso buffo” che canta l’aria del Don Magnifico dalla Cenerentola di Rossini. «Devo averli divertiti un bel po’ e mi hanno preso. Quelli al Piccolo sono stati anni durissimi di formazione improntata al rigore. Ho partecipato agli allestimenti diretti da Luca Ronconi: La vita è sogno, Il candelaio, Phoenix. Da lui, un autentico genio, ho appreso due cose: la prima, il modo assolutamente rivoluzionario di leggere un testo, scorgendo dimensioni a prima vista inesistenti. La seconda, una professionalità che da noi ho ritrovato al Piccolo di Gianni Salvo, un altro grande maestro e riformatore a cui questa città oggi non dà adeguato riconoscimento. Altri incontri importanti sono stati con artisti come Peter Stein, Mariangela Melato, Massimo Popolizio, Gigi Proietti, Ferruccio Soleri, Franco Branciaroli, Marise Flach».
A Catania Orofino metterà a disposizione il bagaglio di esperienza maturata in giro per l’Italia e negli Stati Uniti. «Un territorio “vergine” nel quale conosco molti amici artisti che cominciano a credere in me, in testa Egle Doria con cui costituisco nel 2012 XXI In Scena, rassegna di produzioni originali con la finalità di motivare il pubblico, cioè farlo riconoscere in quello che vede a teatro. Obbiettivo imprescindibile di tutte le mie regie. Quale sarà la prossima? Mein Kampf di George Tabori al Canovaccio di Catania tra febbraio e marzo, una sorta di kabaret per riflettere sulle derive autoritarie e intolleranti del nostro tempo».
giovannacaggegi@yahoo.it

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