Il racconto

Chicca, il cane dell’albero di gelsi

Memorie di un cane femmina dal mantello bianco con macchie caffelatte: “Mia madre era la cagna di Don Ciccio, guardiano di una dimora nobile, si chiamava Dana

Quando Dana conobbe Nero, lo scudiero delle vacche, sentì il cuore sobbalzare. Un giorno le si avvicinò e fu subito passione

Chicca

Chicca e sono un cane femmina dal mantello bianco con macchie color caffellatte

Mi chiamo Chicca e sono un cane femmina dal mantello bianco con macchie color caffellatte, frutto del fantasioso crocevia genetico.
Oggi sono anziana e non mi specchio più nelle pozzanghere perché so già come apparirei. Sento senza guardarmi, il segno devastante che il tempo e la fatica hanno lasciato su di me, sui miei denti, sulle mie zampe. Mia madre era la cagna di Don Ciccio, guardiano di una dimora nobile che come i suoi padroni aveva conosciuto tempi migliori; si chiamava Dana ed era una ingenua: credeva che le rampe simmetriche degli scaloni in marmo siciliano dove trovava comodo bivacco al sole, fossero suoi e che il correre con i cani del barone la potesse rendere uguale a questi. In realtà una volta tornati alla villa, i segugi di razza venivano controllati e rifocillati con cura, mentre a lei veniva data una veloce carezza e un pezzo di pane secco come il legno. Don Pietro, il vecchio setter della muta con sussiego le abbaiava sempre: «diamine un po’ di contegno, anche se appartieni ad un ceto popolano...».

Dana, offesa, appoggiava il muso tra le antiche e scure inferriate del cancello e si consolava perdendosi nei passi delle mucche e delle pecore che passavano di lì per andare al pascolo. Al seguito dello sparuto gregge c’era Nero, lo scudiero delle vacche, dagli occhi demoniaci. Ogni volta che Dana incrociava il suo sguardo sentiva il cuore sobbalzare; un giorno Nero le si avvicinò e strofinò il muso con il suo.
Fu subito passione e a nulla valsero i feroci colpi di cinghia né le secchiate d’acqua che Don Ciccio le tirava dicendole «p’a rifriscariti i bollori». L’amore la rese così esile da sgattaiolare tra le sbarre e seguire Nero. Ben presto il suo corpo evidenziò il rigonfiamento dell’addome che non era sfuggito all’occhio attento del padrone preoccupato di una gravidanza che, non gradita al barone, lo avrebbe costretto a provvedere. Una sera Dana, improvvisamente, si stese su un fianco e le onde del mare nel suo ventre danzarono la sequela delle contrazioni che avrebbero realizzato ancora una volta il miracolo della vita.
Biagio, Bianchetta la capretta, e tutta quella pletora di tortore e colombe tacquero nella stalla. Nel silenzio si sentiva solo il respiro affannoso e rapido di Dana ed il suo rizzarsi in piedi e sistemare la paglia per poi risdraiarsi di nuovo. Ogni 20 minuti circa nasceva un cucciolo ed alla fine fummo in quattro. L’odore forte della juta umida era schifoso e noi eravamo schiacciati l’uno contro l’altro riscaldandoci e ciucciandoci reciprocamente. Restammo così, stretti dentro quel sacco, e alla fine fummo scaraventati nel cassone di un camion. Presto non sentimmo più alcuna voce umana né il pianto della mamma che ci aveva accompagnato fino all’ultimo momento. Viaggiammo non si sa per quanto: i fratellini si erano addormentati ma adesso si erano svegliati e piangevano perché avevano sete, avevano fame, e tutti volevamo la mamma...

Don Ciccio scaraventò per terra il sacco, ma in un singulto di umanità tagliò con un coltello parte della stoffa e così potemmo rivedere la luce del sole. Finalmente l’incubo era finito ed io con i miei fratellini ci affollavamo vicino ai piedi di Don Ciccio, ma qui accadde una cosa strana: invece di consolarci e rassicurarci, il padrone ci scacciò via e, salito sul camion, si allontanò velocemente lasciandoci in quel posto polveroso pieno di spazzatura e pietre.
Il nostro sconforto si trasformò presto in disperazione: ognuno di noi annaspando in diverse direzioni trovò chi la morte chi la vita. Io sopravvissi e a lungo. Imparai tra la polvere e il silenzio la cautela, la circospezione. Non ho mai avuto una vera e propria casa né una cuccia, ma ho sempre abitato sotto un albero di gelsi, un vecchio e generoso albero che mi ha protetto dalla violenza della pioggia e dal vento gelido notturno, ma soprattutto dalla brutalità dell’uomini.
Questi ci chiamano animali e non sbagliano, perché noi non abbiamo malizia, né tornaconti, ma solo abbassandosi e guardandoci negli occhi si può trovare il solo posto in cui l’anima si mostra a chi la vuole vedere, senza l’inutile bagaglio delle parole.

daniela.robberto@gmail.com

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