L'intervista

Ernesto Tomasini, il degeneratissimo: «Il mio primo fan? Era mio padre»

A tu per tu, tra risate e lacrime, con il performer palermitano dal look androgino, rientrato per il Pride nella sua città da Londra, dove vive. Un mondo, il suo, di lustrini e paillettes, trucchi strabilianti, risate profonde e provocazioni non sempre sottili

Le sue passioni: «Sono la versione degenere di Julie Andrews, il mio idolo». La carriera, il lavoro: «I miei spettacoli sono di intrattenimento mai fine a se stesso». Gli affetti e la politica: «Viviamo un clima di fascismo imperante» L'artista: «I miei sono spettacoli di intrattenimento non fine a se stesso, hanno sempre un contenuto d’impatto»

Ernesto Tomasini

Il performer palermitano Ernesto Tomasini

Ernesto Tomasini è un artista palermitano, ma sembra provenire da un altro mondo. Il suo. Un mondo di lustrini e paillettes, trucchi strabilianti, risate profonde e provocazioni non sempre sottili. Tomasini decolla come genio disegnatore in adolescenza, fino ad arrivare a diventare attore, cantante di musica sperimentale, cabarettista, autore, doppiatore... in una parola performer, e chissà cos’altro potrà ancora fare, eclettico com’è. Lo incontriamo nella sua Palermo in occasione del Pride, anche se da anni ormai vive a Londra e parla con un accento spiccatamente inglese. Questa volta non indossa un mascherone di trucco, che è parte della sua cifra stilistica. Ironico lo è sempre, ma oggi si mostra in un aspetto talmente caldo e accogliente da far arrivare il fiato al cuore.

Ernesto Tomasini

Ernesto Tomasini

Oggi è un performer acclamato in tutto il mondo, si è esibito anche alla Royal Academy of Dramatic Arts di Londra, che ha ospitato leggende del cinema e teatro inglesi, ha sempre sognato di intraprendere questa strada?
«E’ un desiderio ancestrale, da bambino avevo l’esigenza di esibirmi in qualsiasi modo, dai canti in chiesa alle recite di famiglia e di scuola, è un desiderio assolutamente innato».

Come sono stati i suoi esordi?
«Studiavo animazione negli Stati Uniti e parte della formazione era caratterizzata anche dalla particolarità di seguire un corso di recitazione clown per elaborare meglio le espressioni facciali. Un giorno il maestro del mio corso mi chiese di fare una sostituzione per uno spettacolo. Tornai a Palermo e iniziai a fare cabaret per i locali, però volevo di più. Palermo mi costringeva a un certo tipo di copione, e così dopo la laurea mi sono traferito a Londra per seguire l’accademia di teatro più importante del mondo, la Arts Educational Schools. Alla fine dei corsi Lindsay Kemp, produttore artistico di David Bowie, mi scelse come protagonista per una sua nuova produzione e feci il mio debutto allo storico Empire di Londra. Fu un grande traguardo, ma anche una presa di coscienza: mi mancava molto non essere più scrittore dei miei spettacoli. E’ stato un periodo molto intenso in cui non ricordo di aver dormito per quanto lavorassi, perciò ho cambiato rotta».

I suoi spettacoli sono piuttosto particolari, come li definirebbe?
«Sono spettacoli di intrattenimento ma non fine a se stesso, hanno sempre un contenuto d’impatto. Il pubblico si sganascia dalle risate fino a quando non gli arriva un pugno allo stomaco: la realizzazione che stanno ridendo di qualcosa di orribile, di cui sono artefici».

In questa chiave di denuncia, c’è uno spettacolo che ha ricevuto più consenso degli altri?
«Quello che ha avuto più successo, e che ho potuto portare un po’ ovunque, trattava della storia dei cantanti enuchi: bambini che venivano castrati all’interno delle mura ecclesiastiche affinché diventassero dei fenomeni del belcanto, nelle chiese e nei teatri. Nel mio spettacolo ho attaccato 500 anni di storia del teatro dell’opera».

Ernesto Tomasini

Ha avuto un punto di riferimento nel corso della sua carriera?
«Sicuramente Duilio Del Prete, che considero il mio genitore artistico. Ci siamo conosciuti quando avevo 19 anni a Roma, in occasione di un mio spettacolo. Lui è un grande che ha lavorato con i grandi. Mi presentò a tutti ed era molto entusiasta di me. Poi da ragazzino, quando per i miei coetanei l’icona erano i Pink Floyd, il mio idolo era Julie Andrews (l’attrice che ha anche interpretato Mary Poppins, nda), di cui io sono la versione totalmente degenere».

A cosa non rinuncerebbe mai del suo lavoro?
«In questi ultimi tre mesi sto vivendo proprio questo interrogativo, dato che per problemi personali non posso lavorare. Mi manca tutto del mio lavoro, e infatti per adesso sono profondamente infelice. Non rinuncerei a nulla e mi manca ogni cosa, soprattutto la disciplina che richiede, dato che io sono una persona estremamente indisciplinata... mi manca quell’altro estremo. Adesso mi sento una persona qualunque - dice ridendo -, una roba da Viale del tramonto come Gloria Swanson, una vecchia pazza che va ogni giorno a fare la spesa e poi sta chiusa nel suo appartamento».

Il tema del Palermo Pride quest’anno è stato “de genere”, lo sente nelle sue corde?
«Nel de-genere ci leggo molto: essere al di fuori del genere e uscirne. Per la morale italo borghese, in questo clima di fascismo imperante dalla dialettica molto furba, io sono degeneratissimo. Per me il genere è solo un punto di partenza, sarebbe meglio abbandonare la specie umana».

C’è un gesto scaramantico che fa prima di salire sul palco?
«Per me il palcoscenico è come la vita, il mio lavoro è la mia vita quotidiana, quindi no, non faccio gesti scaramantici, però mi porto nella borsa dei trucchi e due immaginette che metto negli specchi dei vari teatri, per avere sempre casa con me».

C’è qualcuno che vorrebbe ringraziare per la sua carriera?
«Mio padre, che con il mio lavoro non c’entrava nulla. Anche se non ha mai profondamente capito - aggiunge facendo sparire l’accento inglese e tornando a Palermo anche linguisticamente - era il mio fan numero uno che collezionava tutti i giornali che parlavano di me. Sento moltissimo la sua assenza, anche l’altra sera, durante l’omaggio a Lindsay Kemp per il Pride, è mancato il suo entusiasmo. Intimamente, senza di lui, non ha avuto quasi senso andare in scena».

Ernesto Tomasini

Nonostante questa mancanza, com’è stato omaggiare Kemp?
«E’ stato bellissimo! – si riaccende – Il pubblico era fantastico, tutti pendevano dalle mie labbra, anche gli studenti della scuola del Teatro Atlante che sono impazziti... E’ stato un modo di chiudere in maniera felice e contenta un capitolo, una serata magnifica».

Quali sono le sue più grandi soddisfazioni, nella vita e nella carriera?
«Da piccolo ricordo che vivevo in un mondo tutto mio, che disegnavo nella mia testa e sentivo di non vivere a pieno il mio presente, ma con la morte di mio padre ho sentito un nuovo legame con i miei genitori. Sono stato con lui durante tutto il cammino e lo vorrei ancora qui con me, ma sono felice di aver condiviso con lui tanti momenti importanti. Nella carriera, invece, penso sempre alla prossima cosa, non guardo mai indietro. Non sono un collezionista di me stesso, guardo sempre ad una prossima soddisfazione».
Ernesto Tomasini è così: affascina, seduce e incanta chi lo ascolta, facendo sorridere e facendo piangere, emozionando coi suoi ricordi, esplodendo per le sue gioie. Sul palco di un teatro o in quello della vita, la scena è sua.

agia@hotmail.it

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