Buio in sala

"Suburbicon", quel ghetto Anni 50 color pastello punta l'indice contro Trump

Ambientato negli Anni 50 del Sogno americano, il sesto film da regista di George Clooney, con Matt Damon e Julianne Moore, è un chiaro atto di accusa contro chi fomenta odio e diffidenza

Può una famiglia afroamericana sconvolgere l'apparente tranquilità di una cittadina dell'America conservatrice e bianca degli Anni 50? Così accade nel film di George Clooney, alla sua sesta regia da una sceneggiatura dei fratelli Cohen, dove la famiglia di Gardenr Lodge (Matt Damon) è capofila della rivolta razzista del sobborgo fatto di villette a schiera e prati ben rasati. Un chiaro atto di accusa contro i neo deliri razziali dell'America di Trump

Suburbicon di George Clooney

Una scena di "Suburbicon" di George Clooney

La poltrona del cinema, diventata macchina del tempo trasporta istantaneamente lo spettatore in altri luoghi, in altri tempi. "Suburbicon" di George Clooney ci fionda nel quartiere residenziale di una lontana periferia californiana dove il sogno a stelle e strisce degli anni Cinquanta sembra realizzarsi. Tutto è perfetto: dalle geometrie delle villette che si susseguono omologate nelle forme e nelle dimensioni, ai vialetti d’accesso che interrompono prati perfettamente squadrati e rasati; dove ogni cosa, persino i pali dell’illuminazione e i bidoni della spazzatura sono così puliti ed eleganti da sembrare  “elemento finto” di un plastico  posato sul tavolo di uno studio di architetto.

George Clooney Julianne moore Suburbicon

George Clooney e Julianne Mooere a Venezia presentano "Suburbicon"

Siamo a Suburbicon, idilliaca cittadina la cui comunità appartiene orgogliosa alla classe media americana bianca e xenofoba, incarnazione di un Paese dalla breve e composita storia ma dalle grandi ambizioni. In questo microcosmo ideale, dove il falso conformismo cerca nell’ipocrisia collettiva giustificazioni ai valori di gregge, vive tra le altre la famigliola  di Gardner Lodge (Matt Damon) la cui moglie, costretta sulla sedia a rotelle per un incidente di macchina, viene sollecitamente accudita dalla sorella Margaret (Julienne Moore), gemella che si prende cura anche del piccolo Nicky (Noah Jupe), figlio della coppia. Nella casa accanto alla loro si insediano i nuovi inquilini, padre madre e un ragazzo coetaneo di Nicky: perfetti in tutto perché magri, discreti e riservati; ma… sono neri.

Julienne Moore e Matt Damon

Julienne Moore e Matt Damon

Il colore della loro pelle  ben presto diventa minaccia presente e futura per la  piccola comunità che si organizza affinché si creino le condizioni per farli andar via. A turbare l’equilibrio da trottola colorata accade anche una rapina nella casa dei Lodge, rapina che finisce male perché la moglie muore. Questi due eventi segnano l’inizio di intriganti dinamiche criminali dove le vicende volutamente trasformano l’assurdo in paradossale ed i protagonisti da personaggi irreprensibili e stimabili componenti di una società “per bene” si deformano in figure perverse e francamente improbabili dove anche l’ispettore dell’assicurazione (Oscar Isaac) venuto per indagare sulla polizza si trasforma in avida iena corruttibile corruttore, mentre solo il piccolo Nicky sembra prendere, seppure nella sua giovanissima età, le distanze da modelli nefasti.

Il film presentato all’ultima mostra del Cinema di Venezia è la sesta regia di George Clooney su una vecchia sceneggiatura dei fratelli Joel e Ethan Coen. Rispolvera i temi noir del cinema con l’ironia e la leggerezza di una commedia pescando nella cinematografia del passato. Le due gemelle interpretate dalla stessa attrice (Julianne Moore) ricordano “Chi giace nella mia bara”,  una vecchia pellicola dove Betty Davis recitava la parte di due gemelle in cui una poi si sostituisce all’altra con l’inganno. Le atmosfere sono da soap ipnotica che ricordano serie e idilliache come Twin Peaks, Peyton Place o Desperate Housewives che nascondevano sotto una apparente vita tranquilla drammi e colpe spaventosi. Il film, in cui la vicenda della famiglia afroamericana dei Mayer trae spunto da una vicenda realmente accaduta in Pennsylvania nel 1957, non cela la denuncia sociale nei confronti di una America che sembra abbandonare i principi fondamentali dei padri fondatori che credettero nella creazione di una grande nazione che riconoscesse come inalienabili i diritti  dell’uomo come l’uguaglianza e la libertà di pensiero e di azione.

Il regista, forse, in un incipit di carriera politica in divenire, punta l’indice accusatorio contro la politica di Donald Trump che sembra voglia far riprecipitare un Paese come gli Stati Uniti nei deliri razziali del passato subordinando economicamente le fasce sociali meno abbienti e meno istruite, e fomentando il seme dell’odio e della diffidenza sotto l’egida difensiva dei “valori occidentali” e dell’"identità bianca” dell’America. Le persecuzioni e le carneficine burocratiche e sociali giustificate dalla politica tutelano i poteri forti e sia nella politica di Stato che in quella estera promuovono “in pessima fede” quell’isolazionismo perfettamente sovrapponibile a quello respirato tra le villette a schiera di color pastello del ghetto di Suburbicon.

Suburbicon
Regista: George Clooney
Durata: 105 minuti
Con Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Glenn Fleshler, Alex Hassell Gary Basaraba, Leith Burke, J, Oscar Isaac, Jack Conley, Karimah Westbrook, Tony Espinosaosh Brolin, Woody Harrelson, Michael D. Cohen, Lauren Burns, Steve Monroe, Megan Ferguson, Marah Fairclough

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