Buio in sala

Dogman, il filo sottile della tenerezza al tempo della paura

Vincitore a Cannes del premio per il migliore attore protagonista maschile  (Marcello Fonte), il film di Matteo Garrone ispirato ad un evento realmente accaduto 30 anni, nonostante sia un film duro, non è un film di violenza. Le scene che fanno più male sono quelle della frustrazione dell’anima

"Dogman" di Matteo Garrone narra la storia di un canaro, un tolettatore di cani alla Magliana a Roma dove la vita scorre squallida  tra sopraffazione e sottomissione. Impregnato nell’odore di cane che l’attore sembra far arrivare allo spettatore, il protagonista adora la figlia appena adolescente con cui condivide la passione per le immersioni subacquee e l’amore verso i cani

Dogman

Marcello Fonte protagonista assoluto di "Dogman" di Matteo Garrone

In concorso all’ultimo Festival di Cannes dove ha vinto il premio per il migliore attore protagonista maschile  (Marcello Fonte), ecco Dogman di Matteo Garrone. Il film si ispira ad un evento realmente accaduto nel 1988 e che è stato oggetto insieme ad altre tre episodi di cronaca nera di quegli anni nel libro “Fattacci” di Vincenzo Cerami. Narra la storia di Marcello (Marcello Fonte), un tolettatore di cani del quartiere Magliana a Roma dove la vita scorre squallida  tra sopraffazione e sottomissione e sembra  quasi impossibile che qualcuno porti i cani a tolettarsi.

I suoi locali sono indigenti nonostante l’insegna pretenziosa “Dogman” e seguono il passo tra un compro-oro dove si vende piccola refurtiva e un locale di voraci slot machine. Marcello  è legato da una sorta di sudditanza amicale con Simoncino (Edoardo Pesce) un ex pugile a cui fornisce la cocaina e che lo coinvolge in piccoli spacci e affari malavitosi. Per niente avvenente, Marcello, piccolo di statura cammina impregnato nell’odore di cane che l’attore, talmente compreso nel ruolo, sembra far arrivare allo spettatore e adora la figlia appena adolescente con cui condivide la passione per le immersioni subacquee  e l’amore verso i cani. Artista a modo suo, non cerca denaro ma solo la possibilità di regalare un sorriso alla figlioletta immaginando un giorno di poterla condurre in mari lontani, alla scoperta di fondali esotici.  

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Edoardo Pesce e Marcello Fonte in "Dogman"

Nonostante sia un film duro, contrariamente a quanto ci si poteva attendere (anche chi scrive aveva un po' di ritrosia nell’andare a vederlo) non è un film di violenza o quanto meno le scene che fanno più male sono quelle che vanno al di là delle ferite del corpo piuttosto quelle della frustrazione dell’anima. C’è qualcosa di nuovo nella mano di Garrone: una grazia leggera e avvincente che nell’appellativo “amore” che Marcello rivolge ai suoi cani commuove e seduce. Quel filo sottile della tenerezza che mitiga e perfonde le scene crude del film e, che per stessa ammissione del regista  forse è da ascriversi alla sua esperienza di paternità che ribalta totalmente al personaggio principale.

Dogman di Matteo Garrone

Il film si presenta con lo stile personalissimo del regista che fa della versatilità poliedrica e flessibile il multiforme punto di forza della sua arte.  Il regista ancora una volta dimostra di essere in grado di spaziare dalle storie fantastiche in cui intersecava i paradossi crudeli delle fiabe di tutti i tempi (Il racconto dei racconti) alle storie delle periferie degradate delle grandi città. Passa  da Scampia (Gomorra), alla cornice medievale ed onirica, e di nuovo alla Magliana, dove ognuno si arrangia come può, dove le istituzioni sono ai margini e vige la legge del più forte.  

Matteo garrone

Il regista Matteo Garrone

Anche qui assistiamo ad un rapporto sbilanciato ambiguo tra i due protagonisti; e, se nell’Imbalsamatore il protagonista Peppino è attratto dalla bellezza del ragazzo Valerio verso cui accarezza il desiderio del possesso, tra Marcello e Simone (Edoardo Pesce) che tiene in scacco con la sua violenza tutto il quartiere, c’è un feeling il cui epilogo non può prescindere dall’essere drammatico. Tutto viene affrontato senza moralismi di sorta, caratteristica  che accomuna Garrone al grande Sorrentino e li rende gonfalonieri del cinema italiano. Oltre ai protagonisti, tutto un coro di periferia che incornicia i luoghi  della miseria morale e rende perfettamente il tempo della paura, dell’emarginazione volontaria delle sacche sociali ed economiche che bloccano ogni agire e rendono gli uomini come quei cani che nelle gabbie di un negozio di tolettatura guardano con i loro occhi grandi e  spaventati attraverso le fessure delle grate e che possono solo abbaiare nell’attesa di sottomettersi ad un destino incontrollabile.

daniela.robberto@gmail.com

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