L'intervista

Costanza Quatriglio: «Il mio thriller esistenziale sulla storia degli Hazara»

La regista in "Sembra mio figlio" parte dalla storia vera di Mohammad Jan Azad, partito a piedi dall’Afghanistan quando era bambino, per raccontare la storia nascosta di un popolo che non conosce pace: «Una delle etnie più perseguitate al mondo, di cui l’Occidente sa poco»

"Sembra mio figlio", ultimo film della regista palermitana, distribuito da Ascent Film e nelle sale dal 20 settembre, si sviluppa proprio da una storia di cui ha cominciato a occuparsi nel 2005 mentre girava il documentario "Il mondo addosso". Quando apprese che la vita di Jan era cambiata perché aveva avuto il primo contatto telefonico con la madre: «È cominciato – spiega - un viaggio nella trascrizione dei suoi racconti. A quel punto, ho capito quanto la storia intima di Jan mi stesse portando sempre più dentro quella di un popolo, gli haraza, falcidiato dai Talebani»

Costanza Quatriglio

La regista Costanza Quatriglio

Ci sono storie che entrano dentro, appassionano e conquistano, fino quasi a diventare compagne di vita. È quello che è successo alla regista palermitana Costanza Quatriglio, il cui soggetto per il suo ultimo film Sembra mio figlio, distribuito da Ascent Film e nelle sale dal 20 settembre, si sviluppa proprio da una storia di cui ha cominciato a occuparsi nel 2005 mentre girava il documentario "Il mondo addosso".
«Durante le riprese – racconta Costanza Quatriglio - nelle case famiglia che ospitavano i minori non accompagnati, conobbi Mohammad Jan Azad, un ragazzino afgano che era arrivato in Italia dopo aver attraversato il Pakistan, l’Iran, la Turchia e la Grecia. Jan, partito a piedi dall’Afghanistan quando era ancora bambino, come tanti suoi coetanei sfuggiti alla furia dei Talebani negli anni che hanno preceduto l’11 settembre, non aveva avuto più notizie della madre. In quel momento non avevo ancora idea del fatto che quei ragazzi fossero hazara».

Basir Ahang

Il giornalista e attivista afghano Basir Ahang in "Sembra mio figlio"


Quel documentario si chiudeva con le parole di Jan: «Quando incontro per le strade i ragazzi afghani, io chiedo come sono arrivati qui, da quale parte dell’Afghanistan provengono, se vengono proprio dalla mia zona... forse prima o poi conoscerò qualcuno che mi darà la possibilità di trovare la mia famiglia».
Nell’estate del 2010, Costanza Quatriglio, intanto impegnata in altre regie, apprende proprio da Jan che la sua vita era cambiata perché aveva avuto il primo contatto telefonico con sua madre.
«È cominciato – spiega - un viaggio nella trascrizione dei suoi racconti: pagine e pagine, centinaia di fogli in cui mi immergevo e da cui prendevo distanza per poi immergermi di nuovo. A quel punto, ho capito quanto la storia intima di Jan mi stesse portando sempre più dentro quella di un popolo, gli haraza, di cui l’Occidente sa ben poco ma che è stato, letteralmente falcidiato dai Talebani».
Ne nasce, all’inizio, un cortometraggio Breve film d’amore e libertà in cui Jan rivive le telefonate con la madre fino al punto di rottura: il riconoscimento.
«Passano ancora anni – racconta la regista - , finché mi decido e le centinaia di pagine raccolte nell’arco di circa sei anni, diventano la base per inventare una storia che entra ed esce dalla realtà, tutt’intorno a un giovane uomo chiamato Ismail, a due fratelli, a una famiglia, a un intero popolo. Scelgo la strada della narrazione discontinua, dove il processo di disvelamento attraverso ellissi, spaesamenti e distensioni, è l’emersione del rimosso che unisce in un’unica preghiera Ismail a noi, e noi alla storia nascosta di un popolo che non conosce pace. Un thriller esistenziale pieno di misteri che pian piano si svelano».

Sembra mio figlio frame

Un'immagine dal film "Sembra mio figlio"


Il film, scritto insieme con Doriana Leondeff e la collaborazione dello stesso Jan e interpretato dal poeta, giornalista e attivista afghano Basir Ahang, affiancato da Dawood Yousefi e Tihana Lazovic, diventa l‘occasione per narrare la storia di un popolo.
«Andare alla radice del racconto di Ismail e della madre – spiega Quatriglio - mi ha permesso di conoscere la storia del popolo hazara che è oggi una delle etnie più perseguitate al mondo, anche se di questa gente mite, originariamente buddista e oggi perlopiù di fede sciita, pochi sanno».
Una storia di diaspora e ritorno alle origini, di sradicamento e appartenenza.

«La realizzazione del film – continua la regista - è durata molto tempo. Nulla è stato semplice, al contrario, innumerevoli sono state le sfide da affrontare. E tantissime le emozioni che abbiamo vissuto insieme agli interpreti del film, tra cui l’assistere all’incontro tra la signora Ahang, proveniente da Kabul e atterrata una notte all’aeroporto di Teheran e suo figlio, che era stato costretto a lasciare l’Afghanistan, da dieci anni: quel figlio era il nostro Basir. Credo che quel momento, in cui vita e cinema si sono mescolati a tal punto, sia stato forse il dono più prezioso di tutto il progetto».

Prezioso come il valore che si da all’altro da sé, a prescindere dalla provenienza geografica.
«Mi torna in mente – conclude Quatriglio - quanto scrivevo nel 2006 a proposito de Il mondo addosso: cioè che quello era un film sul futuro del nostro Paese. Oggi direi che il nostro Paese e l’Europa tutta devono ripartire da storie come quelle di Jan e dei suoi fratelli per ritrovare quel senso dell’umano che sembra aver perduto per sempre».
mariaenzagiannetto@gmail.com

COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

LASCIA IL TUO COMMENTO

Condividi le tue opinioni su La Sicilia

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0