L'itinerario

Lungo le pendici dell’Etna, la bellezza è sotto la colata del 1669

Sono passati circa 350 anni dall’evento che ha modificato la geografia dei luoghi del territorio etneo fino a Catania, e ancora oggi è possibile leggere i segni di una delle più catastrofiche eruzioni che la storia siciliana ricordi

Dall'8 marzo all'11 luglio del 1669 la lava fuoriuscita dalla bocca eruttiva dei Monti Rossi, a nord di Nicolosi, produsse un fiume incandescente lungo 15 chilometri che causò ingenti danni nel territorio, cancellando o distruggendo casali, paesi pedemontani, il lago di Nicito e parte della città di Catania, per terminare la sua corsa in mare 

affresco di Giacinto Platania che ritrae l’eruzione dell’Etna del marzo-luglio 1669

Cattedrale di Catania, affresco di Giacinto Platania che ritrae l’eruzione dell’Etna del marzo-luglio 1669, foto di Giovanni Musumeci

Nella sacrestia della Cattedrale di Catania c’è un grande affresco di Giacinto Platania che ritrae l’eruzione dell’Etna del marzo-luglio 1669 con una prospettiva “aerea” della superficie colpita. La lava fuoriuscita dalla bocca eruttiva dei Monti Rossi, a nord di Nicolosi, produsse un fiume incandescente lungo 15 chilometri che causò ingenti danni nel territorio, cancellando o distruggendo casali, paesi pedemontani, il lago di Nicito e parte della città di Catania, per terminare la sua corsa in mare. Sono passati circa 350 anni da quell’evento che ha modificato la geografia dei luoghi, e ancora oggi a distanza di secoli è possibile leggere sul territorio i “segni” di una delle più catastrofiche e distruttive eruzioni dell’Etna.

Iniziamo questa particolare Via Crucis lungo il percorso dell’eruzione. I Monti Rossi sono in realtà un solo cono avventizio costituito da materiale incoerente lavico e, per tale motivo, negli Anni 30 del secolo scorso, vi fu impiantata una pineta per impedire l’erosione meteorica. Il primo abitato colpito fu il villaggio di Mompilieri che con l’antica chiesa venne seppellito sotto 15 metri di lava. Nel 1704 dei cacciatori individuarono su quell‘arida sciara una profonda breccia da cui riportarono alla luce la statua della Vergine. In quel punto venne eretto in suo onore un santuario, successivi scavi hanno poi portato alla luce i resti del complesso sotterraneo della chiesa.

Mompilieri

Mompilieri, foto di Giovanni Musumeci

Il largo fronte lavico si diresse verso Misterbianco: il 29 di marzo andò ad assalire il paese di Campanarazzu, la sera del giorno appresso colandovi dentro ne bruciò quasi tutte le case. Solo il campanile della chiesa madre si salvò, come per testimoniare questo luogo della memoria sulla nera sciara. Misterbianco fu ricostruita altrove, ma i suoi abitanti non abbandonarono mai il sogno di rivedere la loro amata chiesa di Santa Maria de Monasterio Albo. Dopo tre secoli iniziarono scavi e sondaggi, partendo dai resti del campanile. A differenza di Pompei, che fu coperta da lapilli e cenere vulcanica, a Campanarazzu si è dovuto scavare fino a12 metri di durissimo basalto lavico. Un sogno inseguito per secoli si avverava. Come l’Araba Fenice, l’antica chiesa risorse dalle ceneri dell’Etna: prima la porta principale, poi l’intera navata, gli altari laterali, i resti di una affresco e la cappella gotica, oggi testimonianze di uno stile architettonico rinascimentale, che per fortuna la lava aveva solo ricoperto ma non distrutto, ed è probabilmente il primo sito archeologico al mondo seppellito da una eruzione e riportato alla luce.

Chiesa di Campanarazzu

La chiesa di Campanarazzu, foto di Giovanni Musumeci

Navata chiesa di Campanarazzu

La navata della chiesa di Campanarazzu, foto di Giovanni Musumeci

Dopo aver inondato il feudo della Porcaria, si rivoltò ad oriente verso la marina, e quindi verso Catania… appressandosi sempre più, dopo avere riempita una estesa pianura dove le acque formavano un lago delizioso, la gurna di Nicito. Superando le mura, circondando la città da occidente ed oriente, alle due della notte del 23 aprile andò a gettarsi nel mare, dove si introdusse per più di un miglio di lunghezza. L’acceso torrente dalla parte di Nesima venne ad inondare il Castello Ursino, che interamente circondò.
Nell’area intorno al possente Castello Ursino, un tempo baluardo difensivo sul mare, è nato un intero quartiere, proprio sopra quelle rocce basaltiche che si sono svelate nei pressi del pozzo di Gammazita o l’Agorà alla Pescheria. Il fiume Amenano che alimentava il lago di Nicito è stato completamente seppellito ed oggi è visibile solo in piazza Duomo e alla villa Pacini. Ancora una volta la tenacia, la volontà di ricominciare malgrado l’apparente malignità della natura, ha ripagato la gente dell’Etna. Ed è un strano rapporto quello che lega queste genti con Idda a muntagna, fatto di amore e rispetto, mai di odio. Un rapporto che può capire solo chi è nato e cresciuto sotto la sua mole.

Castello Ursino di Catania

Il Castello Ursino di Catania, foto di Giovanni Musumeci

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